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Aspirare al divino – Perché i dominanti fanno BDSM?

Il BDSM, come ogni argomento complesso, non si può davvero spiegare se non analizzando separatamente le sue molteplici e variegate sfaccettature prima di cercare di dare un senso all’insieme. Questo approccio rende più facile comprendere cosa al di là del semplice istinto renda eccitanti pratiche obiettivamente parecchio stranucce. Nei miei libri, per esempio, potete trovare tutto quel che c’è da sapere sui fenomeni concreti che motivano le persone sottomesse: l’attrattiva della deresponsabilizzazione, il subspace, l’estasi endorfinica, perfino la trascendenza e altro ancora. Alcuni altri aspetti tuttavia restano inafferrabili anche quando vengono esaminati con la più lucida razionalità. Un esempio: il contrario della sottomissione.  

Chiedete a un dominante – o un sadico – cosa ci trovino di divertente nei loro insoliti passatempi erotici e la risposta sarà sempre vaga: «boh; mi eccita, e tanto basta» o «sono dinamiche che mi hanno sempre attratto». D’accordo, qualcuno lo fa palesemente per cercare di ritrovare il potere che sente di aver perso nella vita quotidiana – ma anche questo non spiega le immense quantità di tempo e sforzo investite per diventare, letteralmente, padroni di una tale arte. Per condurre anche solo una buona sessione di sculacciata, per esmpio, bisogna infatti occuparsi di così tanti dettagli, studiare così tante nozioni, concentrarsi con una tale attenzione sui più minimi feedback da parte del partner, da finire a volte per chiedersi perché non si sia preferita un po’ di ben più semplice ma altrettanto soddisfacente ginnastica da letto.

Quando mi chiedono cosa ci trovi di divertente nel dominare, perfino io ho qualche difficoltà nel mettere insieme una risposta sensata. Di solito dico che mi piace molto la sfida di creare e fare da regista di tutte le sensazioni ed emozioni provate dalla mia partner, di cui mi gusto ogni reazione… ma questo non è che l’aspetto più superficiale di piaceri enormemente più complessi. Credo tuttavia di avere finalmente scovato una risposta più precisa e molto più esoterica grazie a una coincidenza curiosa.

Ultimamente, come tante altre persone in tutto il mondo, ho passato diverso tempo ad approfondire il lavoro del professor Jordan Peterson – lo psicologo canadese tanto idolatrato quanto odiato a causa della sua visione ferocemente obbiettiva della vita, che ha reso fin troppo disponibile online in video nei quali viene evidenziato un carattere rigoroso e senza peli sulla lingua. In particolare cerco di capire i motivi per cui un personaggio così abrasivo, nietzschiano e iperintellettuale sia divenuto una superstar globale, così ho letto anche il suo ultimo libro, attualmente in cima alle classifiche dei best seller di dozzine di paesi. È lì che ho trovato un passaggio piuttosto interessante, in cui dice:

I cani sono predatori, e così i gatti. Uccidono cose e le mangiano. Non è bello a vedersi. Eppure li prendiamo come animali da compagnia e ce ne prendiamo cura, e diamo loro medicine quando sono malati. Perché? Sono predatori, ma è solo la loro natura. Non ne hanno responsabilità. Sono affamati, non malvagi. Sono privi di mente, di creatività, e soprattutto di autocoscienza – necessari per la crudeltà ispirata dell’uomo.
Perché no? Semplice. A differenza di noi, i predatori non hanno comprensione della loro debolezza di fondo, della vulnerabilità di base, di essere soggetti a dolore e morte. Invece noi sappiamo esattamente come e dove possiamo essere feriti, e perché. È una definizione dell’autocoscienza valida quanto altre. Siamo consapevoli di essere indifesi, finiti e mortali. Possiamo sentire dolore, e disgusto per noi stessi, e vergogna, e orrore, e lo sappiamo. Sappiamo che cosa ci fa soffrire. Sappiamo in che modo possano esserci inflitti terrore e sofferenza – e ciò significa che sappiamo con precisione come infliggerli ad altri. Sappiamo di essere nudi, e di come possa esserci ritorta contro quella nudità – e ciò significa che sappiamo come anche gli altri siano nudi, e come sfruttare la cosa.
Possiamo terrorizzare altre persone, scientemente. Possiamo far loro male e umiliarle per difetti che comprendiamo fin troppo bene. Possiamo torturarle – letteralmente – con lentezza, arte e terribilmente. Questo è ben più di essere predatori. Si tratta di un salto di qualità nella comprensione. È un cataclisma vasto quanto lo sviluppo dell’autocoscienza stessa. Si tratta del punto di ingresso della conoscenza del Bene e del Male nel mondo. È una seconda frattura ancora aperta nella struttura dell’Esistente. È quella la trasformazione dell’Essere stesso in un’impresa morale – tutta fondata sullo sviluppo di un’autocoscienza sofisticata.
Solo l’uomo poteva concepire il letto di Procuste, la vergine di Norimberga e i serrapollici. Solo l’uomo infliggerà sofferenza per il gusto di far soffrire. Questa è la miglior definizione di malvagità che sia stato in grado di formulare. Gli animali non ne sono capaci, ma gli esseri umani, con le loro strazianti capacità semi-divine, possono eccome.

Lasciando perdere il contesto da cui ho tratto la citazione, questa analisi appare parecchio simile a una versione in prosa di quei paragrafi di de Sade in cui i protagonisti non la smettono più di vaneggiare sul come abbandonarsi ai loro eccessi libertini – che notoriamente comprendono la tortura e l’abuso di innocenti – li faccia sentire pari agli dei. Se la si vede così, l’atto consapevole di far soffrire gli altri diviene niente meno che una sorta di celebrazione della gloria dell’umanità; supera perfino imprese prettamente artistiche quali dipingere la Notte stellata di Van Gogh o scolpire la Pietà di Michelangelo, poiché è pregna di un valore morale e filosofico di fondo precluso ad altre forme d’arte. Perbacco!

Sarà questa la ragione per cui mi piace tanto frustare la gente e far loro cose assurdamente complicate? Vuoi vedere che sto scegliendo di essere malvagio per affermare la mia posizione sull’albero evolutivo? I miei gusti sono il risultato di una vocazione divina? Per un tot mi sono posto veramente domande del genere prima di riconoscere che non fosse affatto il mio caso. Ragionarci su mi ha tuttavia condotto a un’osservazione che mi era finora sfuggita.

Il fatto è che il tipo di crudeltà di cui scrive il dott. Peterson è quella tipica degli psicopatici: persone la cui mente non funziona correttamente, incapaci di empatia (a volte perfino con se stesse!) e che pertanto lasciano scatenare i loro più bassi istinti perché indifferenti alle conseguenze. Che poi è la definizione clinica esatta di un sadico – ossia di chi gode nel far male a qualcuno, perché il suo interesse sta nel compiere l’atto in sé, mentre la vittima viene vista solo come un elemento intercambiabile alla stessa stregua degli strumenti che impugna.

Io e infiniti altri appassionati di eros estremo, invece, facciamo altro: non sadomasochismo in senso clinico ma BDSM, che è governato da un’intera cultura di etica, regole e principi volti a mantenere la sicurezza di tutte le persone coinvolte e farle stare bene. Le pratiche possono essere molto simili, ma l’intenzione è completamente diversa – a partire dal fatto che nel BDSM si gioca con un partner specifico con il quale si ha negoziato l’esperienza e il cui benessere rappresenta il fine principale. Certo che lo si fa soffrire, ma si è anche lì per guidarlo fuori dalla rete di tormenti amorevolmente preparati, e per assicurarsi che alla fine della sessione si ritrovi più felice di quando è iniziata.

Ma quindi a conti fatti cos’è che anima i dominanti? Sono arrivato a credere che la risposta stia davvero nell’esaltazione unica di poter fare tutto ciò che si vuole – indipendentemente da quanto deviato o “immorale” possa essere – semplicemente perché si può. Ciò rende realmente tangibile il potere di milioni di anni di evoluzione da ameba a homo sapiens sapiens. Questo ti fa veramente sentire come una divinità. Ma non perché sei “malvagio”.
Al contrario, la vera elevazione spirituale deriva dal trovarsi nella posizione di poter distruggere un’altra persona, dimostrare a entrambi tanto potere nel modo più concreto possibile… e scegliere di non farlo, salvandola invece nel più alto dei significati. È questo che fa davvero raggiungere uno stato divino, un’estasi strettamente erotica che non ha niente a che fare con le religioni. E chi non vorrebbe diventare un dio, di tanto in tanto?

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