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Pet play – Come prendersi una vera vacanza (perfino da se stessi)

È proprio vero che al mondo esistano più forme di sessualità di quante se ne possano contare. Ne volete una prova? Negli oltre mille articoli pubblicati su questo sito dal 2003 a oggi, non mi era mai capitato di affrontare l’argomento del pet play – cioè dei giochi erotici in cui uno dei partner interpreta il ruolo di un animale. Vediamo quindi di rimediare.

Per cominciare: ‘pet play’ (letteralmente: gioco dell’animale da compagnia) è un termine generico che raccoglie tante sottocategorie quante sono le specie animali. Quelle più comuni sono dedicate ai cani (puppy play), ai cavalli (pony play) e ai gatti, ma mi è capitato di incontrare chi giocasse pure nel ruolo di panda, pesce, anatra, rana, drago, serpente, mucca e via tassonomizzando.
Ma attenzione: qui non si tratta di mettersi un costume e continuare a comportarsi grossomodo come esseri umani, come fanno i furry o le ragazze-gatto nekomimi. Tutto il punto del pet play è invece vivere l’esperienza di diventare un animale.

«Come quei primal che si fanno possedere da uno spirito guida?» chiede dal terzo banco il solito secchione sapiosessuale. Però no: rimandato a settembre, perché il genere primal contiene quasi sempre un elemento di competizione fra partner, mentre gli animali di cui stiamo parlando qui sono ben felici di ubbidire a un umano che li guidi, salvo momentanee distrazioni.
Il pet play è anche abbastanza slegato da quei classici scenari BDSM in cui il dominante umilia il sottomesso imponendogli di comportarsi come una bestia inferiore. Lì infatti il piacere di entrambi deriva dall’esplorare le emozioni che scaturiscono dalla perdita di dignità: una pony girl – tanto per fare un esempio – invece non si sente affatto imbarazzata… semplicemente perché non è umana, e quindi non potrebbe fregarliene di meno di fare “brutta figura”. Anzi: più riesce a dimostrare al suo proprietario di essere un bravo animaletto, più è felice. Se tutto ciò suona un po’ troppo strano sarà il caso di fare un passo indietro.

Come spiega Rebecca Wilcox nel suo bellissimo libro The human pony, la maggior parte degli appassionati di questi giochi parte da un rapporto particolarmente buono con gli animali veri e propri. Si tratta di persone cresciute in fattoria, o che da piccole erano fortemente legate a un cucciolo con cui condividevano molto tempo fino a considerarlo quasi un fratello. Ciò ha contribuito a formare un atteggiamento aperto, di accettazione e in un certo senso di ammirazione verso la semplicità e la spontaneità dei comportamenti animali.
A questi individui viene quindi più facile pensare che una buona soluzione per dimenticare gli stress quotidiani sia mandare a quel paese tutte le complicazioni degli homo sapiens e prendersi una piccola vacanza nella testa di un animaletto senza problemi. Non solo: le bestie chiaramente non hanno inibizioni, e cosa c’è di più disinibito del sesso? L’associazione di idee è quasi automatica!

A questo punto tutto sta allora nel saper “spegnere il cervello” e abbandonarsi a una diversa percezione del mondo. Chi ha una certa confidenza col proprio inconscio scivola più facilmente in tale condizione; altri trovano utile indossare accessori – tipo museruola e guinzaglio, o i complicati costumi delle pony girl – che svolgono una funzione quasi di “barriera” fra il mondo esterno e la grande energia che anima l’identità animale; altri ancora si affidano a piccoli rituali (il più semplice: denudarsi) di transizione.
Chi ama questo tipo di gioco descrive spesso come le sensazioni e le emozioni divengano via via più intense, meno filtrate dall’intelletto. I pensieri, dal canto loro, si semplificano; parlare risulta uno sforzo così grande e complesso da rendere molto più naturale esprimersi con i versi dell’animale prescelto – e con il linguaggio del corpo.

In una tale condizione, simile a una leggera trance, affidarsi a una guida umana viene vissuto come una grande sicurezza e liberazione: le responsabilità sono tutte sue, e ci si può concentrare sul vivere l’esperienza e conquistare la sua approvazione compiacendola. Vuoi mettere quant’è più bello guadagnarsi dei grattini per avere riportato la pallina, anziché tirare avanti compilando dichiarazioni dei redditi? Non dà forse molta più soddisfazione sentire l’armonia col proprio fantino quando si trotta forti ed eleganti sull’erba, piuttosto che essere un impiegato qualunque con un capo nevrotico?
A differenza di altre forme di eros estremo, il pet play non si incentra tanto sullo scambio di potere quanto sulla collaborazione nel vivere un’esperienza sensoriale e relazionale diversa dal comune. L’addestramento dell’animale non mira alle punizioni o a forzature, quanto al raggiungere entrambi la soddisfazione di un comportamento perfetto per la sua identità alternativa. Addirittura, gli appassionati che mischiano pet play e atti sessuali (o si dovrebbe parlare di zoofilia?) sono una minoranza esigua.

Certo, imbarcarsi in un gioco così particolare richiede un bel coraggio e una capacità fuori dal comune di comunicare fra partner – eppure ha abbastanza fan da supportare un’intera sottocultura fatta di pubblicazioni, raduni, comunità virtuali e reali, e naturalmente di negozi. Artigiani che realizzano maschere su misura a forma di testa di cavallo, selle riprogettate per schiene umane e stivali ferrati. Ingegneri che creano orecchie da felino cibernetiche che si muovono a seconda dell’umore di chi le indossi. Shop online interamente dedicati a code (da volpe, da tasso, da coniglio, da maiale…) da fissare tramite comodo – o scomodo, se lo si preferisce – plug anale. E ciotole, briglie, zuccherini e striglie. Senza dimenticare chi preferisce essere un unicorno, con la criniera arcobaleno e la coda glitterata. Alla faccia delle banalità quotidiane.

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