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La vera forza del sesso insolito – Intervista con Auntie Vice

Auntie Vice, un’educatrice specializzata in sessualità alternative che avevo solo sentito nominare, aveva un problema: l’ospite previsto per una puntata del suo podcast l’aveva bidonata. Così ho fatto quel che fa ogni rispettabile maschio cis-etero, e mi sono precipitato in soccorso – arrivando troppo tardi. Tuttavia siamo rimasti in contatto, e dopo qualche settimana mi ha invitato per un altro episodio in cui oltre che di storia del kink ci siamo ritrovati a discutere di politica, salute mentale, spiritualità e molto altro. Nel farlo sono rimasto molto colpito dall’aver scoperto una persona eccezionale e un’autrice unica, con un punto di vista originale su molte cose che la maggior parte dei kinkster dà per scontate.

Naturalmente le ho chiesto subito di farsi intervistare per questo sito – ed eccoci qui.

 

Ciao, Rebecca! Ti presenti da sola a chi ci sta leggendo?

Grazie per avermi invitata! In verità sono più nota come Auntie Vice, anche se i libri che ho scritto per il governo sono firmati Rebecca Blanton. Mi occupo di educazione alle sessualità insolite, scrivo e conduco il podcast Fat Chicks on Top.

 

Come sei finita a dedicare la tua carriera alla divulgazione kinky?

Non è che abbia studiato per questo: vengo dal mondo della ricerca e della politica. Ho studiato la formazione dell’identità civica e sono sempre stata affascinata dai modi in cui la gente diventa ciò che vuole essere nel mondo. Ho anche un lungo passato di attivismo per la comunità LGBTQ+. Il mio primo lavoro uscita dal liceo è stato di Direttrice Esecutiva per una fondazione californiana per l’AIDS a metà anni ’90. Il mio ultimo lavoro da dipendente è stato come Direttrice della Commissione Californiana per lo Stato delle Donne e Ragazze, un’agenzia governativa dedita al miglioramento delle persone di genere femminile in quello stato. Ho lavorato intensamente a programmi per le veterane di guerra, le donne uscite di prigione e quelle indigenti. Per come la vedo io, il modo migliore per vivere tutti meglio comincia col supportare per prime le persone più svantaggiate. Il mio consiglio di amministrazione invece la vedeva diversamente e voleva concentrarsi sulle donne manager e quelle ricche, perché sono loro a dare sostegno finanziario ai politici. Così mi sono licenziata.

Poi sono stata colpita da una malattia misteriosa (che poi abbiamo scoperto essere una serie di rare deficienze immunitarie) e non sono potuta più tornare alla ricerca a tempo pieno, benché volessi continuare a contribuirvi. Credo tantissimo che dare alla gente la capacità di godersi sesso e piaceri sia una chiave di volta per liberarle dalle limitazioni del capitalismo terminale e dall’oppressione dei politici di destra che hanno troppa influenza sia qui negli Stati Uniti che in molte altre nazioni. All’epoca stava uscendo il primo film di 50 Sfumature, che rappresenta malissimo le parafilie sane. Così ho messo assieme una serie di saggi su come vivere i kink, su come la comunità kinky può contribuire alla società in generale, e sull’intersezione fra kink e femminismo della terza ondata. I miei lettori di prova hanno suggerito di aggiungerci anche un capitolo che mostrasse come si svolge una vera sessione di dominazione. Pensavo che avrebbero letto il libro solo le mie amicizie, e invece è stato un successo! È diventato un libro di testo per corsi di sessuologia e viene usato in molti circoli di lettura. E il capitolo sulla scena BDSM ha raccolto molte attenzioni. Ciò mi ha introdotta al mondo della divulgazione e scrittura professionale. Poiché si tratta di lavori che si possono svolgere in gran parte da casa e con i propri tempi era ideale per la mia disabilità, e così ho avviato prima il blog e poi le docenze. Il mio approccio al kink si basa sulla formazione accademica, pertanto in ciò che scrivo e insegno c’è un sacco di ricerca e di psicologia. Insomma, pare che mi riesca bene.

 

Allora condividiamo in gran parte lo stesso percorso! Il tuo lavoro tuttavia si concentra molto chiaramente sulle categorie meno rappresentate anche nel mondo kinky. Perché hai scelto quel campo in particolare, e perché pensi che di solito venga marginalizzato anche da educatori che si suppone siano molto inclusivi?

Qui torniamo alla mia idea che cominciando da chi sta peggio si finisca a stare tutti meglio. A voler fare la nerd fino in fondo, penso che Rawls avesse ragione con la sua teoria della lotteria della vita. Se devi creare una società da zero e non sai in che posizione ti troverai a nascere in questo nuovo mondo (potresti essere ricco, sano e bianco, ma anche nascere disabile, povero e aborigeno), progetterai una società che soddisfi le necessità di tutti, indipendentemente da ricchezza, razza, genere od orientamento sessuale. Venendo all’attivismo e la divulgazione del piacere, comincio dai gruppi che hanno meno voce nella conversazione. Ascoltarli e fornire uno spazio in cui le persone possano parlare delle loro esperienze permette a tutti noi di valutare come ci comportiamo e strutturiamo le nostre comunità. Nel mondo dell’eros estremo c’è una crescente consapevolezza di come il razzismo influisca su come giochiamo e ci incontriamo. Si parla ancora troppo poco di come rendere gli ambienti accessibili (sia fisicamente che emotivamente) a persone con disabilità visibili e non. Bisogna fare delle conversazioni critiche se intendiamo creare un mondo di sessualità alternative aperto e accogliente. Inoltre, così posso farmi delle bellissime conversazioni con persone assolutamente fantastiche!

 

Auntie Vice

Auntie Vice

Quando mi hai intervistato per il tuo podcast ho notato subito una forte affinità. In parte può derivare dai nostri lunghi anni di militanza nella scena BDSM, che ci ha dato anche la prospettiva necessaria per notare come nel tempo sia cambiato l’atteggiamento dei kinkster. Tu che impressione della cosa ti sei fatta?

Altroché se siamo affini! Sì, penso che in parte dipenda dall’essere nel giro BDSM da molto tempo. Io ci sono entrata negli Stati Uniti prima che ci fosse Internet: dovevo cercare informazioni su riviste e fanzine, e rispondere agli annunci fermoposta per conoscere qualcuno che praticasse. All’epoca perfino ‘Sano, Sicuro e Consensuale’ non aveva ancora un acronimo. Ciò però voleva anche dire che i gruppi locali avevano il tempo di educare i nuovi arrivi su come comportarsi e sulle regole di sicurezza. Per certi versi si trattava di gruppi più coesi di quelli che abbiamo oggi. Vedo che le nuove generazioni arrivano e si concentrano intensamente sulla discussione di consenso, trigger e tecniche – in parte perché la nostra generazione e quella dopo tendevano a sottovalutare in parte queste cose e qualcuno ci si è fatto molto male. Tuttavia mi sembra che questa fissazione su lunghissime negoziazioni, la preoccupazione continua sui trigger e le bucket list di cose da provare tolgano magia al BDSM. Per me è sempre stata una questione di connessione e spiritualità.

Oggi ci sono meno persone che sperimentano quella che tu chiami ‘trascendenza’, che peraltro è un termine che adoro. Nel BDSM può avvenire qualcosa di incredibilmente speciale quando la corteccia frontale si spegne e ti senti come se fossi diventato tutt’uno con l’universo. Nel buddismo a volte questa cosa viene chiamata ‘entrare nel vuoto’, e penso sia qualcosa che manca tantissimo dal modo in cui adesso gioca la gente. Certo, l’arte dei nodi sarà anche bella, ma la senti la connessione fra i partner alimentata dalla corda? Gli impatti sono molto divertenti, ma quando hai finito che cosa ne hai tratto?

 

Le persone diversamente giovani sono brontolone per definizione – ma tu pensi che il fatto che entrambi sentiamo questa superficialità nell’ambiente sia solo effetto dell’età, o c’è davvero sotto qualcos’altro?

Di sicuro in parte è l’età. Oggi la scena è molto più giovane di quando ci siamo entrati noi. Poi le cose cambiano man mano che si invecchia: passi dall’essere un fascio di ricettori che richiede una tonnellata di stimoli all’essere una persona più concentrata sul rapporto con gli altri e l’universo. Penso anche che sia una reazione alla diversa percezione dei diritti e dei bisogni; è appena uscito uno studio che mostra come più aumenta la consapevolezza femminile dell’uguaglianza e di come riconoscere gli abusi, meno relazioni eterosessuali a lungo termine ci sono. Ma per forza! Una volta che cominci a credere che il mondo possa essere migliore e che meriti di meglio, lo vai a cercare. Alcune cose che trent’anni fa venivano accettate nel giro BDSM oggi non vengono più ritenute tollerabili dai giovani, e non è necessariamente una brutta cosa. Penso che un’altra parte della risposta siano i social media e Internet. Guarda Fetlife, con la sua pagina Kinky and popular: mostra per lo più persone bellissime che ostentano giocattoli costosi, segni estremi e corde elaboratissime. La gente vuole ricreare quel che vede online e si perde le connessioni profonde che venivano favorite dalla cultura BDSM classica. Il punto non sono le corde o la frusta: per me il kink è una cosa di rapporto, spiritualità e comunità – peccato che non venga bene nelle foto sui social.

 

Mi sa che l’inevitabile prossima domanda sia: tu che faresti per promuovere un modo diverso e più profondo di esplorare e sperimentare le sessualità alternative?

È proprio quel che provo a fare! Progetto le mie lezioni e i libri in modo da aiutare le persone a rispondere alla domanda: «che cos’è che voglio veramente da kink e BDSM?» e «in che modo mi farà sentire realizzatə?»
Dobbiamo passare dal solo insegnamento di tecniche pratiche a lezioni sulla connessione, la spiritualità e la comunità. Io insegno anche come aggiungere pratiche di mindfulness al BDSM in modo da creare rapporti più profondi fra i partner. Sfrutto molto il lavoro fatto dal HeartMath Institute qui negli Stati Uniti: è un centro di ricerca che studia i flussi energetici fra persone e organismi. Hanno dimostrato cose quali gli effetti di sincronizzare il ritmo cardiaco e respiratorio attraverso i campi elettromagnetici di qualunque organismo, e come influisca sul benessere psicofisico. Si tratta di esercizi semplici che chiunque può integrare nelle proprie esplorazioni sessuali coi partner e che creano una connessione molto più profonda, anche se si tratta di una botta e via.
Inoltre cerco di guidare le persone oltre la “frenesia da novizio” – quel desiderio di fare tutto con tutti che hai quando scopri il mondo BDSM per la prima volta – e portarli a capire che bisogni abbiano e cosa desiderano da queste interazioni. E fornisco loro varie strade per esplorare lo stesso concetto, che è il motivo per cui ho scritto Big Workbook for Submissives. Ho visto talmente tanta gente abbracciare la prima forma di sottomissione che ha provato, benché non funzionasse del tutto per loro… Quando troviamo uno stile di relazione e di gioco che più o meno funzionicchia, tendiamo ad arenarci nella routine e smettere di esplorare. Invece voglio che la gente si chieda: «sto ottenendo ciò di cui ho bisogno?», «In che modo mi aiuta a diventare ciò che devo essere?» e poi vada in cerca delle attività e discussioni che la avvicinerà a come desidera essere.

 

Un altro aspetto molto interessante del tuo lavoro è l’interpretazione politica delle sessualità alternative, che dalle mie parti è più o meno scomparsa negli anni ’80 senza lasciare traccia. Mi racconti le tue idee su questo tema?

Vivere con onestà la nostra natura di esseri sessuali è un atto di ribellione politica. La gente mica odia la dottoressa lesbica sposata con l’avvocatessa lesbica, che vivono da monogame in una bella casetta con un figlio adottivo; odia l’anziano gay leather che vuole andare nei bar a rimorchiare una scopata. Odia la lesbicona mascolina che pretende rispetto nel suo ruolo di capoturno in fabbrica. Negli Stati Uniti e in molti Paesi europei, i politici conservatori vogliono far sparire le persone LGBTQ+, kinky e non monogame. Qui da noi, sotto Trump quei gruppi sono stati letteralmente rimossi dai siti governativi e ci hanno portato via i diritti. Negli Stati Uniti chiunque sia LGBTQ+ può vedersi negata l’assistenza sanitaria se al medico non piacciono le persone omosessuali.

Vivere apertamente una sessualità alternativa è rischioso: in certi Paesi puoi finire in prigione o ricevere la pena capitale. Pertanto chi può viverla apertamente, senza vergogna, rende più difficile la repressione da parte dei venditori d’odio. Oltretutto la verità è che anche la checca più sfrenata o la camionista più virile per gran parte del tempo conduce una vita piuttosto noiosa. Abbiamo lavori, famiglie, spese da fare e cani da portare a spasso. Più i babbani vedono che non rappresentiamo un pericolo ma siamo solo diversi, più si sentono a loro agio. Dopo il liceo ho collaborato a una ricerca di Greg Herek, che esaminava la percezione delle persone LGBTQ. Il risutato fu che basta conoscere tre persone di una minoranza per perdere il pregiudizio verso di essa. Tipo che se conosci solo uno o due gay rimani prevenuto perché pensi «beh, ‘sti due non sono come gli altri froci che odio!» Tre persone però rendono più difficile ragionare così. Di conseguenza, vivere apertamente il proprio essere queer, kinky, disabile e così via significa aggiungere almeno un’altra persona a quel gruppo: se ne spuntano altre due la paura nei nostri confronti comincia a svanire.

 

Auntie Vice

Auntie Vice

Vista da questa parte dell’Atlantico, la popolazione degli Stati Uniti sembra essere preda degli estremismi – sia nel lottare (e a volte lagnarsi) per i diritti delle minoranze sessuali, sia nel provare a eliminare completamente chiunque non si conformi a ideali pseudo-evangelici e patriarcali francamente folli. Ti spiacerebbe offrire una necessaria visione obiettiva della questione e delle sue cause?

Non hai mica torto. L’America oggigiorno è fatta di estremismi di ogni tipo. Si tratta della strategia a lungo termine dei nostri politici conservatori da più di 50 anni.
In sostanza negli anni ’60 e primi anni ’70 gli Stati Uniti hanno visto uno spostamento verso maggiore eguaglianza e protezione dei diritti di donne, neri e gay. Abbiamo fatto passare i Diritti Civili (1964) e il Diritto di Voto (1965). Sono state eliminate le leggi che imponevano di indossare almeno tre capi d’abbigliamento “appropriati al genere”. Abbiamo avuto i Moti dello Stonewall nel 1969. Il caso Roe vs. Wade che ha reso legale l’aborto è passato nel 1974. Questi cambiamenti hanno terrorizzato i gruppi più conservatori e religiosi del Paese. A partire dalla campagna presidenziale di Nixon nel 1970, la destra ha sviluppato la cosiddetta “Strategia Meridionale”, che in sostanza ha creato delle parole in codice per indicare ai bianchi poveri che dovevano votare i repubblicani perché venivano “derubati” della loro “giusta posizione” da donne e negri. Hanno cominciato anche ad attaccare il sistema educativo, pretendendo che smettessimo di insegnare cosa fosse stata la schiavitù e la discriminazione, aggredendo gli esperti e riducendo la scienza a “un mucchio di opinioni”. Avanti veloce a oggi, e abbiamo due generazioni cresciute con scuole che presentano l’evoluzionismo come “solo un’opinione” pari al creazionismo. Ci siamo ritrovati con aule in cui vengono imposte le preghiere cristiane. E abbiamo due generazioni di bianchi poveri cresciute con la convinzione che se un gruppo ottiene dei diritti loro dovranno perdere il lavoro o la loro posizione sociale. Ciò ha consentito l’elezione di politicanti estremisti sulla base di falsità tipo che le persone LGBTQ+ vogliano fare sesso coi loro figli, che i neri vogliano ridurre i bianchi in schiavitù e altre pazzie simili. Tantissimi nordamericani sono privi dell’educazione necessaria a leggere criticamente un giornale o a distinguere una fonte affidabile dalle stronzate cospirazioniste di Internet. Questo, unito alla quantità mostruosa di povertà e instabilità economica, dà potere a un grosso gruppo di individui che ama credere che basti far sparire queer, neri e immigrati per “rendere nuovamente grande l’America”, cioè dar loro la ricchezza che pensano di meritare.
È folle. Aggiungici poi l’amore per le armi che abbiamo, e capirai perché apparire pubblicamente come persona queer fidanzata con un nero possa essere terrificante.

 

Devo farti una domanda su un’altra questione che vediamo entrambi in modo impopolare. Nei miei trent’anni di esplorazione del BDSM sono giunto alla conclusione che il cuore di tutto sia l’onestà radicale: nel mettere in discussione il “modo appropriato” di abbracciare certe sensazioni ed emozioni, per esempio, o nell’accettare tipi di relazione socialmente divergenti – ma anche in generale nell’affrontare la propria Ombra, che è la definizione che dava Jung del lato più oscuro del nostro inconscio. Ciò detto, non vedo molti kinkster che applichino questo stesso approccio al kink stesso. L’ambiente BDSM e i suoi partecipanti di solito vengono descritti in termini molto idealizzati, che ignorano gli individui problematici, i casini personali e tutte quelle rogne che ci si può ragionevolmente aspettare in una comunità tanto vasta. Tu come la vedi?

Penso tu abbia ragione su tutto!!! Qualcuno che propone quell’approccio c’è, tipo Midori che sotto quell’aspetto è un’insegnante eccezionale. Tuttavia penso che la maggior parte delle persone kinky, così come di quelle vanilla, con l’Ombra non voglia avere niente a che fare. Scrutare nelle proprie emozioni e nei propri desideri più oscuri fa paura, ed è un rischio sia fisico che emotivo. Penso che la gente voglia evitare di affrontare la realtà più profonda di alcuni suoi bisogni e desideri.
Vedo anche tante persone che cercano di rendere il BDSM interessante per chi non fa parte della comunità. Ecco perché si sente così spesso roba tipo ‘il sottomesso ha tutto il potere e può fermare le cose in qualsiasi momento’, o ‘è sempre tutto negoziato e consensuale’. È un modo di far sembrare il BDSM meno rischioso a chi non lo conosce tanto. Per me, prendermi il tempo di esplorare le basi dei miei desideri e conoscere la mia Ombra ha reso più profondo il rapporto col mio dominante e come pratico in generale. C’è voluto un sacco di tempo per imparare a lasciare andare il controllo, dargli potere su di me. Mi sono serviti più di cinque anni di gioco e relazione assieme prima che potessi dire di aver ceduto davvero tutto il potere nella nostra dinamica. Quel livello di fiducia nell’altra persona e la vulnerabilità che ci vuole per dire «questo è ciò che voglio e di cui ho bisogno. Può sembrare sbilenco o disturbante, ma ti andrebbe di esplorarlo insieme?» è sia spaventoso che liberatorio. Per arrivare a quel punto bisogna davvero capire se stessi. Ci sono molti aspetti di me che non sono carini o simpatici; prima di riuscire a mostrarli agli altri ho avuto bisogno di fare amicizia con loro. Capisco perché molte persone sfuggano a questo tipo di lavoro introspettivo, tuttavia la gioia, la libertà e la connessione che ti dà la volontà di farlo non hanno pari.

 

Sono sicuro che le tue parole saranno preziose sia per chi ci legge che per me. Dove possiamo trovare altre tue intuizioni e lavori?

Ho un sacco di link! Il posto da cui partire è Linktr.ee, che li raccoglie tutti.
I miei libri sono: The Big Workbook for Submissives30 Days of Kinky Self-Discovery, e Love Letters to a Unicorn: A book about BDSM, Kink, & Non-monogamy.
Il podcast si chiama Fat Chicks on Top e sta su tutti i servizi di streaming. Per ora è solo in inglese, ma pare che il mio hosting stia sviluppando un servizio di traduzione entro la fine dell’anno.

Il mio blog Love Letters to a Unicorn viene tradotto benino da Google Translate, e sto lottando con WordPress per dargli modo di essere tradotto automaticamente per tutto il mondo.

Grazie infinite per avermi invitato sul tuo sito. Sono entusiasta di averti conosciuto, e rimarrò in contatto!

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