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Chi ha paura del dottore del BDSM? Intervista a Daniela Botta

Le sottoculture legate alle sessualità alternative sono spesso rappresentate come ambienti alieni, misteriosi e inaccessibili. Tale mitologia non corrisponde però più alla realtà da almeno vent’anni: per conoscere i praticanti delle discipline più insolite ormai è sufficiente trovarli con Google, e molte variazioni sul tema vengono studiate anche in ambito accademico.
Non solo: dopo il gran lavoro compiuto dal mondo LGBT per aprire linee di comunicazione con le istituzioni, oggi si cominciano a vedere i primi esperimenti rivolti ad altre comunità. È il caso di quella BDSM, oggetto di una interessante iniziativa di cui ho parlato con la sua coordinatrice. Ecco l’intervista che ne è uscita…

 

Ciao Daniela, è un piacere ritrovarti! Cominciamo da una tua presentazione per i lettori?

Mi chiamo Daniela Botta, sono psicologa, psicoterapeuta e psicosessuologa. Lavoro in ambito clinico da più di vent’anni, collaboro  con la cattedra di Psicologia e psicopatologia dello sviluppo sessuale nell’arco di vita presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università degli Studi di Roma Sapienza e svolgo attività clinica e di ricerca con l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma.

 

...inoltre dall’estate scorsa sei responsabile dello Sportello di consulenza gratuita sulle parafilie presso l’Istituto stesso. Puoi spiegarmi di cosa si tratta?

È un’idea nata  lo scorso anno in collaborazione con il sito BDSM Legami, in occasione di alcuni incontri organizzati presso il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli a Roma. In quell’occasione abbiamo esplorato diversi aspetti psicologici legati alla costruzione delle identità di ruolo, le sinergie e i conflitti con gli stereotipi di genere. Dagli incontri è emerso il bisogno dei partecipanti di poter esprimere dubbi e perplessità in un contesto psicologico che, parafrasando, definirei “sicuro e consensuale” ovvero dove sentirsi sicuri nel parlare delle proprie esperienze sessuali senza incorrere in giudizi o diagnosi errate.  Da questo è nato lo sportello gratuito che una volta al mese offre consulenza a persone con interessi parafilici.

 

È un servizio affascinante, che non mi sembra abbia molti equivalenti al mondo. In effetti mi stupisce positivamente anche che venga accettato, in questo paese in cui le iniziative culturali sulle sessualità insolite vengono regolarmente strumentalizzate come “scandali” dai politicanti dell’odio. Secondo te si tratta del segno di un inaspettato progresso intellettuale, o ci sono altri segreti per il suo successo? 

Probabilmente siamo passati inosservati alle maglie degli inquisitori perché nel servizio non c’è la parola ‘gender’! Scherzi a parte, non credo ci sia davvero nulla di scandaloso. All’Istituto di Sessuologia Clinica ci occupiamo della salute sessuale: è una componente essenziale del diritto alla salute, e non può essere ottenuta o mantenuta se i diritti sessuali non sono uguali per tutti. Nella letteratura degli ultimi 20 anni vi è una crescente e inequivocabile evidenza scientifica che ha smontato l’idea che il BDSM sia espressione di traumi infantili, abusi o psicopatologia. Qualcuno forse saprà che si discute per modificare il manuale diagnostico ICD 10 e depennare alcuni disturbi parafilici come il feticismo, il travestitismo e il sadomasochismo consensuale; molti stati del nord Europa hanno bollato, già dal 2009, queste diagnosi come non-scientifiche. La loro cancellazione sembra essere un cambiamento in direzione di una maggiore tolleranza nei confronti di pensieri sessuali, fantasie, impulsi e/o comportamenti che erano considerati inusuali, ma se basati sul reciproco consenso sono espressione non dannosa di forme di diversità sessuale. Per smontare i pregiudizi radicati ci vuole però un po’ di tempo, così capita che proprio le persone che avendo una sessualità inusuale necessitano di maggiori informazioni spesso non riescano a trovare conforto nemmeno parlandone con i professionisti. Tale mancanza di informazioni comporta il rischio che le ansie e le incertezze abbiano un forte impatto sulla stima di sé e sull’identità. Con l’ISC abbiamo promosso diverse ricerche sul benessere sessuale nel BDSM, l’ultima delle quali è stata appena pubblicata nel Journal of Sexual Medicine.

 

Prima di andare avanti puoi riassumere le conclusioni di questo studio?

I dati hanno mostrato una grande varietà di pratiche, fantasie, regole e ruoli. Rispetto al genere, uomini e donne hanno presentato alcune preferenze specifiche. In generale chi pratica BDSM (soprattutto con ruolo dominante) sembra essere più soddisfatto e meno preoccupato della sessualità rispetto alla popolazione generale.

Daniela Botta

La dottoressa Daniela Botta

Ti dirò che lo sospettavo, ma tornando allo Sportello, che tipo di riscontro ha ottenuto l’iniziativa? Quante richieste arrivano ogni mese?

Essendo una iniziativa del tutto gratuita immaginavamo una risposta più ampia. La paura del pregiudizio è così forte che alcune richieste (soprattutto e non a caso da parte di uomini sottomessi) vogliono rimanere anonime e dunque non sfociano in un colloquio. All’incirca contiamo 4-5 colloqui al mese.

 

Quali caratteristiche ha l’utente-tipo? Ma soprattutto: che genere di richieste presentano le persone che si rivolgono a voi?

Non arriva nessuno né con il collare, né con i tacchi a spillo: direi che incontriamo persone qualunque, con una percentuale maggiore di donne (come capita sempre per noi psicologi), con un’età tra i 20 e i 70 anni. La maggior parte delle richieste in realtà non riguarda specificamente le parafilie o il BDSM, ma comuni problemi relazionali ed emotivi vissuti però all’interno di rapporti di dominazione o più genericamente kinky.

 

Tu come interpreti questo fatto? Siamo bravi noi a fare informazione, sono i soggetti che sottovalutano gli aspetti tecnici del BDSM, o è effetto di qualcos’altro?

Probabilmente le persone che arrivano al servizio sono già informate o frequentano già la comunità BDSM, che pertanto definirei già risolte rispetto ad alcune questioni e che semplicemente hanno bisogno di confrontarsi su dinamiche specifiche in un contesto che le accetti. In alcuni Stati americani esiste una specie di registro di terapeuti aperti al mondo kinky, ma credo che sia sufficiente superare i pregiudizi e rimanere scientificamente aggiornati.

 

Quali sono i progetti futuri per lo Sportello? Questa esperienza servirà per alimentare altre iniziative?

Mi piacerebbe che questo primo punto di contatto potesse raccogliere le richieste di chi vive la scoperta delle proprie pulsioni in modo conflittuale. Come dicevo, mi colpisce molto il dato che le persone più sofferenti che mi hanno contattato siano stati uomini sottomessi che esprimono un vero e proprio dolore nell’accettazione di queste pulsioni. Loro sembrano essere il gruppo meno risolto nelle ricerche, e sono anche coloro che alimentano il mondo più commerciale del BDSM. Rifacendomi a un tuo articolo sull’eros e la trascendenza mi chiedo se non sia proprio per evitare di vivere «l’eros in modo un pelino più profondo di un giochetto passeggero, evitando che li tocchi davvero, bensì lasciando qualcosa di più di un orgasmo o un livido». Forse si tratta di un’esperienza volutamente alienata e scissa dal sé, che non viene accettata perché palesemente in conflitto con gli stereotipi di genere?

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