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Lo scienziato pazzo mancato – Perché si fa BDSM?

Al termine di una recente conferenza sul BDSM, una specializzanda in sessuologia mi ha avvicinato per fare qualche domanda di approfondimento. Fra cui una delle più ricorrenti: «ma in fondo deriva sempre tutto da traumi infantili, no?»
Di fronte a un quesito simile molti psicologi risponderebbero di sì. Quasi tutti i praticanti di eros estremo sbotterebbero risentiti «Ma neanche per sogno!». Io, dopo tanti anni di full immersion nella questione, sono arrivato a pensare che il responso giusto sia: «dipende». E visto che è uno di quegli argomenti di cui non si parla mai, mi sembra il caso di affrontare la questione una volta per tutte.

Facciamo un’indispensabile premessa. La psicologia di oggi non è più da un pezzo quella di Sigmund Freud, per cui gran parte dei malanni dell’umanità dipendeva dagli sconvolgimenti sessuali provocati da genitori repressivi, quando non del tutto maltrattanti. In effetti già questa sarebbe un’eccessiva semplificazione, ma un secolo di brutti pregiudizi e fraintendimenti anche peggiori ha fatto sì che, tanto negli stereotipi dei media quanto fra certi professionisti, si sia diffuso un riassunto micidiale. In buona sostanza: fai sesso “perverso”? Allora sei stato sicuramente vittima di traumi sessuali quand’eri bambino – e se non te li ricordi peggio ancora, perché vuol dire che sono così gravi da averli rimossi. Anzi: vieni qui che ti curiamo.

Raccontate questa storia a qualcuno che con i giochi erotici di dominazione e sottomissione ci si diverte davvero, ed è naturale che non la prenda bene. A parte il fatto che a nessuno fa piacere sentirsi diagnosticare turbe mentali, gli echi dei decenni in cui le sessualità non-normative venivano represse, condannate, o punite anche a livello clinico e legale continuano a risuonare scomodamente nella società. 50 sfumature di grigio potrà anche avere mezzo miliardo di fan appassionate, ma in un mondo che ancora poco velatamente discrimina perfino l’omosessualità, le marginalizzazioni pesano ancora parecchio.
Il termine stesso ‘BDSM’ si è diffuso proprio per disassociare l’eros estremo dal sadomasochismo patologico, e la comunità internazionale dei praticanti si impegna tutti i giorni per chiarire come i giochi di scambio di potere in camera da letto non c’entrino niente con l’essere stati stuprati da piccoli.

La questione in fondo è semplice. Gli psicologi si occupano di persone problematiche, per cui è ovvio che vengano a contatto con una quantità statisticamente fuori dal comune di individui dal passato difficile. La loro visione dei rapporti di dominazione erotica è fortemente influenzata da questo – e dai loro studi – ma ignora il dato concreto più evidente: quel tipo di sessualità viene praticato da circa il 10% della popolazione, ed è improbabile che tutti abbiano avuto un’infanzia tanto atroce. Più precisamente, un recente sondaggio ha rilevato che la quantità di appassionati molestata prima dei 16 anni è del 18% – un numero orrendamente elevato, ma purtroppo in linea con gli abusi rilevati nella popolazione generale.  Fior di studi scientifici confermano oltretutto che la maggior parte di chi fa BDSM stia benone.
Il ragionamento è talmente cristallino che, nel giro dei divulgatori e attivisti, sostenere altre posizioni è sostanzialmente anatema, una sorta di inaccettabile tradimento della buona causa. Ma c’è un problema.

Se c’è una cosa che la pratica del BDSM mi ha insegnato è l’importanza assoluta dell’onestà intellettuale: riconoscere le cose per come stanno realmente, senza ipocrisie anche quando farebbero tanto comodo per non doversi mettere in discussione. È un approccio che alla fine arreca sempre grandi benefici… ma strada facendo può far penare parecchio. Per esempio: quando ti piacerebbe poter affermare che il popolo kinky sia tutto perfettamente sereno, risolto ed equilibrato – ma anni di osservazione confermano purtroppo il contrario. Quindi siamo proprio sicuri che siamo tutti esenti da un passato traumatico?

Stop! Tenete a bada l’istinto di linciarmi per l’ultima affermazione, o di strumentalizzarla per i vostri comodi. Come tutte le cose in natura, la questione è complessa e non si può ridurre a una sola frase. Vediamo pertanto di approfondire un po’.

Innanzitutto: l’osservazione che nel mondo BDSM ci sia una concentrazione superiore alla media di personaggi un po’ stranucci non è solo una mia impressione, ma risulta anche da studi etnografici e antropologici che ne suggeriscono diversi possibili motivi. Inoltre non sto parlando di tutti i kinkster – anche se su questo punto mancano dati oggettivi – e… sì, da qui in poi si entra nel campo delle mie osservazioni personali, basate prevalentemente sulla scena italiana.
La prima, che mi ha dato molto da pensare, è che in generale chi si è avvicinato ai giochi erotici di dominazione in età adulta sembra più sereno di chi abbia cominciato ad avere fantasie di questo genere da giovanissimo, come capita peraltro molto spesso. Secondo il sondaggio citato prima, infatti, l’89% di chi vi ha risposto ha sentito il richiamo del BDSM prima dei 15 anni, il 28% prima dei 9, e il 9,4% addirittura prima del sesto compleanno.
Un’altra categoria che apparentemente vive la sessualità kinky con meno patemi della media è quella degli attuali 18-22enni. Perché?
La risposta che accomuna i due gruppi è avere avuto un accesso facilitato alle informazioni sull’eros estremo, principalmente grazie a Internet. Tutti gli altri sono cresciuti in un’epoca in cui le risorse online erano meno diffuse, così come la conoscenza delle lingue straniere necessaria per leggere molti libri e siti sull’argomento.

Un fattore fondamentale sembra quindi essere il rapporto con le fantasie: più familiarità si ha con i loro contenuti, meglio le si affronta. In effetti ha senso, e ne assume ancora di più quando ripenso a tutte le volte in cui ho sentito o letto la frase «Pensavo di essere malato; poi ho scoperto i suoi libri e ho capito di non essere solo, ma di avere desideri comuni… e finalmente adesso li vivo senza paura!».
È un fenomeno che si ritrova anche in tutto ciò che riguarda la sessualità in generale, pure quella più “normale” che ci sia. Basti pensare agli adolescenti preoccupati dai cambiamenti del loro corpo o da misteri incomprensibili come la prima eiaculazione… se nessuno glieli ha mai spiegati. Inoltre in questo caso la presenza di aspetti apparentemente violenti nei sogni erotici rende le cose ancor più conflittuali – almeno fino a che non si viene a contatto con concetti quali l’SSC, le safeword e così via, che rendono tutto molto più accettabile.

Quando saranno abbastanza grandi per venire studiati, anche gli attuali minorenni probabilmente si riveleranno avvantaggiati dalla dimestichezza nativa con il Web. Nel loro caso probabilmente il problema sarà la confusione fra pornografia e informazione sessuale attendibile, ma chissà che il tempo non risolva anche quella difficoltà.
Fino ad allora comunque dobbiamo fare i conti con quell’ottantanove per cento di persone che nutrono desideri BDSM fin da piccole, e chiederci una volta per tutte: se il motivo non sono traumi e abusi, da dove spuntano idee del genere?

Un modello valido per tutti probabilmente non esiste. La psicologia contemporanea propone una decina di teorie che a volte si sovrappongono e a volte si contraddicono, ben riassunte nel libro Parafilie e devianza di Fabrizio Quattrini. Anche esaminandole tutte, però, ho notato come ne manchi una – suppongo a causa della distorsione introdotta dalla preselezione dei casi esaminati di cui parlavamo prima – che descriva chiaramente proprio la dinamica che invece ho incontrato più volte confrontandomi con chi pratica eros estremo.

Fra queste persone lo scenario generale è il seguente: il bambino (o la bambina, ovviamente) si trova in una fase della vita orientata all’esplorazione del mondo e di se stesso, compreso ciò che genera piacere. Un piacere non prettamente sessuale, è chiaro, ma nondimeno erotico nel senso di una gradevole stimolazione della sensorialità.
In questo momento così particolare incontra… sì, un trauma. Ma non necessariamente del tipo drammatico cui pensiamo noi adulti: per i nostri standard ‘trauma’ è venire violentati, restare scioccati dal sorprendere i genitori che fanno sesso, essere vittima di gravi incidenti. Nell’universo limitato, autoreferenziale e spesso incomprensibile sperimentato da un bambino, invece, basta molto meno per rimanere segnati da una catastrofe. Forse il gelato che si desiderava tanto cade a terra ed è “perduto per sempre”; forse gli adulti ci separano a forza “per una interminabile settimana” dal compagno di giochi con cui ci divertiamo tanto; forse veniamo rimproverati e ci conviciamo che quella persona non ci vorrà mai più bene…

Un adulto non avrebbe grandi difficoltà a risolvere questo tipo di problemi, ma da piccoli si è sostanzialmente impotenti nei confronti del mondo. Come si può ritrovare allora la propria felicità? Se la realtà ci è preclusa, si usa ovviamente l’immaginazione, costruendosi fantasie di controllo («Sono il re della Terra, e tutti fanno quel che voglio io!») o di resilienza («Qualunque cosa mi facciate, non cederò e ne uscirò più forte di prima!»). Sogni a occhi aperti, implicitamente piacevoli e per questo archiviati mentalmente nella categoria ‘godimento’.
A volte capita poi che tale godimento coincida con quello di altre esplorazioni sensoriali e piaceri più direttamente sessuali. In mancanza degli strumenti per comprendere ciò che sta accadendo, è un attimo allora che tutto confluisca in fantasie erotiche di stampo sadomasochista, ispirate magari dalla vastissima e diffusissima simbologia di questo tipo. Provate a fare caso a quante immagini di personaggi legati, torturati, picchiati o umiliati si incontrino in una giornata-tipo, anche in prodotti per l’infanzia come disegni animati, favole, videogiochi e così via!

La definizione di sadismo e masochismo patologici, ricordo, è riservata ad atti autoreferenziali in cui il rapporto carnefice-vittima è prettamente funzionale, senza legami empatici. In altre parole: situazioni in cui non ci frega nulla di cosa provi l’altro, ma solo della soddisfazione che stiamo provando noi.
Vi ricorda niente? Già: sono proprio quelle “fantasie non spiegate” che causano tanti conflitti e disagi a chi non ha avuto occasione di conoscere la cultura BDSM, che ricontestualizza questi istinti in una dinamica fortemente empatica, tutta orientata al benessere di entrambi i partner ed epurata dagli elementi pericolosi.

Non pretendo certo di poter rivoluzionare la psicologia moderna… ma se come me aveste sentito centinaia di storie personali tutte accomunate dallo schema appena descritto credo che un po’ di credito a questa teoria lo dareste anche voi.
Arrivati a questo punto, se fossi un ricercatore serio dovrei supportare tutto con alcuni casi di studio. Il mio mestiere però è fare divulgazione e oltretutto non ho il permesso di raccontare i cavoli privati di altre persone – quindi posso offrire solo la mia storia, ricostruita nel corso di tanti anni di autoanalisi.

Visto che si è parlato di traumi infantili, partiamo dal fattore scatenante di disagio. Il cane finito sotto un treno? Essere stato rapito da una gang di pornografi zoofili? La zia che mi marchiava a giorni alterni con un saldatore? Macché. Semplicemente, alle elementari ero finito nella scuola di un paesino piuttosto disagiato, dove un bimbo sottopeso e che usava i congiuntivi come me veniva non bullizzato e nemmeno deriso (ok, qualche volta sì), ma sostanzialmente escluso. «Sai che gran perdita!» posso dire con la saggezza di oggi, rendendomi conto di essere stato addirittura fortunato a non integrarmi in un ambiente tanto squallido. Ma, chiaramente, per l’Ayzad sei-settenne si trattava di un dramma terribile.

Con tutta la maturità di quell’età, quindi, la reazione era «gliela farò vedere io» – almeno in teoria, perché scontrarsi davvero con tipi che già all’epoca giravano con il coltello in tasca o, nella migliore delle ipotesi, passavano tutti i giorni a studiare karate, era una soluzione da escludere. Nelle mie fantasie però potevo vendicarmi a piacere. Un piacere molto crudele come possono conceprilo i bambini, privi di sovrastrutture etiche.
L’idea di come fare tanto male ai miei “nemici” era un confuso mix dei vari stimoli che mi circondavano. Le metafore sadomaso della controcultura degli anni ’70, gli articoli della Domenica del Corriere sulle atrocità perpetrate dai colonnelli argentini, il bondage per ridere dei disegni animati di Penelope Pitstop o perfino i nonni, che ogni tanto si lasciavano scappare un ricordo delle torture nazifasciste della guerra. In sostanza: nel mio immaginario da scienziato pazzo da cartoon, era chiaro che andassero tutti torturati nei modi più efferati possibili.

Uh, che soddisfazione immaginarsi quegli antipatici dei gemelli Damato e la Chantal della Seconda B trafitti da spuntoni o abbandonati in cellette buie piene da ratti affamati! Per il 95% del tempo ero un ragazzino tranquillissimo – ma nei momenti bui la sociopatia criminale risultava un gran conforto. Qualche anno dopo, durante un’esplorazione di luoghi “proibiti” arrivarono i fumetti porno di Lady Cruel a confondere ulteriormente le idee, seguiti per fortuna dopo poco da un’educazione alla sessualità di gran lunga più tradizionale.
Disinnescate le fantasie più selvagge, restai comunque con la curiosità verso quelle strane robe con fruste e pinzette e – da tipico nerd – cominciai a leggere tutto quel che riuscissi a trovare sull’argomento. Capendone poco, ma fra quel materiale c’erano anche i primi libri sul BDSM “sano, sicuro e consensuale” importati dagli Stati Uniti. Da lì a farmi un’idea più realistica del sesso insolito, che integrasse etica e pratiche particolari, il passo fu abbastanza breve. A quel punto ero diventato anche abbastanza grande da poter girare il mondo e sperimentare di persona quella cultura… e adesso eccomi qua.

Credetemi, questo coming out non è più strano di decine e decine sentiti nel corso degli anni da parte di amici e conoscenti, comunque complessivamente assai sereni nella loro sessualità. È a loro che penso quando sostengo – facendola un po’ facile, d’accordo – che «il BDSM è la cura del sadomasochismo».
La cosa che più mi stupisce, comunque, è come questo tipo di percorsi sia assente nelle teorie che cercano di spiegare l’origine della predilezione per i giochi erotici di dominazione e sottomissione. O sono io ad avere incontrato un gruppo estremamente particolare di soggetti, o l’ambiente kinky censura qualsiasi cosa possa ricordare anche alla lontana le vecchie teorie freudiane, o c’è qualcosa che non va.
Che ne dite di farmi sapere cosa ne pensate lasciandomi un commento?

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