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Il divertimento di traumatizzare i lettori – Intervista a Samuel Spano, autore di Nine stones

Vi ricordate i miei applausi da fanboy a Sunstone, la graphic novel che ho amato per il suo rapporto realistico e positivo con la realtà del BDSM? Un paio di mesi fa ne ho incontrato il gemello malvagio: una nemesi perfetta che inverte il segno di tutto ciò che rappresentava quell’opera. Anche Nine stones è un fumetto nato su web e arrivato poi in edicola, ma al posto di protagoniste lesbiche ha una coppia di ragazzi (adolescenti, non adulti); invece di mostrare giochi erotici sani, sicuri & consensuali punta a una violenza splatter; ignora lo stile occidentale per strizzare l’occhio al mondo dei manga, e già che c’è ambienta la storia fra crimine, degrado e follia anziché nella new economy pettinata.

Insomma, in teoria dovrebbe essere proprio il tipo di prodotto di cui non potrebbe fregarmi di meno. Non fosse che Nine stones è anche realizzato parecchio bene, sta raccogliendo un buon successo editoriale e ha un giro di fan assurdamente grande per un’opera così anomala. Non ho quindi potuto fare a meno di studiare che razza di pubblico leggesse una roba simile… e nel farlo ho scoperto il rapporto decisamente particolare che intrattiene con il suo creatore, l’italianissimo Samuel Spano. Figuratevi se mi lasciavo scappare l’occasione di intervistarlo…  

 

 

Ciao, Samuel! Dopo aver letto Nine stones sono davvero curioso di scoprire cosa si annidi negli anfratti della tua mente… ma forse è il caso di cominciare dalle informazioni di base. Come preferisci presentarti?

 

Ciao, e grazie mille per questa bellissima intervista! Sono un ragazzo di 34 anni, nato femmina, che ha sempre avuto la spinta a disegnare e a usare questo mezzo per esprimersi visto che non ero molto bravo con le parole. Quello che si nasconde negli anfratti della mia mente è ancora un bel mistero: più scavo e più mi accorgo che non c’è esattamente un fondo o una fine. Quel poco che ho capito in anni e anni di terapia psicologica e di autoanalisi è che tutto parte molto probabilmente dall’esigenza di gestire certe forze che dentro di me erano probabilmente più presenti che in altre persone. Fra queste c’erano l’eccessiva emotività e una incapacità a esternare quello che provavo verbalmente. Il disegno mi ha aiutato molto a buttare fuori il mio marasma emotivo e sopratutto a poterlo osservare da fuori. Una delle cose che ovviamente sublimavo di più era la rabbia che provavo nei confronti del mio sviluppo fisico al femminile, verso la preadolescenza. Nel mio immaginario primordiale c’era sempre una ragazza che voleva volare, liberarsi da una condizione che non le apparteneva, agganciata a dei “fili”, mezza automa e sempre imprigionata da qualcosa – e un ragazzo spuntato dal mondo mio onirico, libero e magnetico, che ho trasportato su carta così come lo sognavo. Ma usavo il disegno sopratutto per immedesimarmi in segreto nel corpo che non avevo, quello di un uomo. 

 

Samuel Spano Samuel Spano

Da appassionato di fumetti ho trovato la tua opera molto interessante per la sua potenza innovativa, ma anche per quanto risulta spiazzante. Il parallelo più vicino che posso trovare è con il Tarantino degli inizi, che sconvolse Hollywood unendo uno stile impeccabile con la dissacrazione metodica di tutti gli standard che fino ad allora venivano dati per scontati. Nine stones è un fumetto occidentale con contenuti manga; una storia d’amore basata sulla violenza; un’opera da edicola mainstream piena di temi tabù; una vicenda erotica che non ha niente di sessuale… Insomma, che razza di strano animale stai allevando?


Io adoro Tarantino: è il mio fratello maggiore immaginario, quello intelligente che sa fare le cose. Dal basso dei miei limiti mentali e strutturali (tecnicamente ho una valanga di cose da imparare e chissà se le imparerò mai) posso solo dire che lo sento affine a me dal suo punto di vista di cosa rappresenti la “violenza” nel nostro immaginario collettivo, nella necessità proprio fisica di trasportarlo su carta o pellicola. Nine Stones parla di “potere” su vari livelli: quello materiale, la mafia; quello di dipendenza emotiva verso chi ha presa su di noi, e quello che hanno su di noi i mostri che ci portiamo dentro. Nine stones è un prodotto dell’abisso, più una creatura lovecraftiana che un animale, e muta forma in base a chi lo legge. Lì dentro ognuno vede se stesso. Per questo ci sono molti punti di vista diversi, ma sopratutto molta paura di quel che racconta, perché non è qualcosa di “rivoluzionario” sui contenuti, ma sulle emozioni che suscita nelle persone. 

 

 

Per uno nato come me nel secolo scorso fa un certo effetto vedere gli stilemi degli yaoi (fumetti gay adolescenziali) giapponesi così integrati in un’opera europea, e addirittura italiana. Certo, dopo quarant’anni di colonizzazione degli anime era un fenomeno prevedibile – tuttavia mi chiedo se questo significhi anche che abbiamo davvero raggiunto una globalizzazione dell’eros. Tu che ne pensi?


In realtà lo yaoi è un genere che si sta tentando di superare. L’ho scoperto quando già nel mio immaginario era pieno di adolescenti omosessuali, quindi l’ho accolto nella mia vita con entusiasmo. Che si è spento però nel giro di un paio d’anni: la maggioranza delle storie aveva sempre le stesse dimaniche e pure trovando yaoi di per sè molto interessanti, finivano sempre a ricalcare gli stessi stereotipi che questo genere narrativo, nato con delle esigenze precise verso le ragazze giapponesi, era costretto ad avere. Appoggio in pieno lo scopo che hanno: pornografia prevalentemente femminile che deve fare presa sopratutto sui sentimenti, ma che soddisfa anche e sopratutto per le scene di sesso esplicite. Non c’è nulla di male. Elevarli non avrebbe senso, perché il loro scopo primario non ha grandi pretese. Anche se poi esistono storie yaoi che sono davvero complesse e per nulla banali, ma sempre nell’ottica che alle ragazze piace sopratutto essere coinvolte oltre che solo “eccitate fisicamente”. Per il resto reputo questo genere un po’ limitante. In Nine Stones ho cercato di scimmiottare questi cliché del genere yaoi per poi sovvertirli e distruggerli concentrandomi su altro: in questo caso sulle dipendenze di potere. Ma non ho giocato solo con gli stereotipi yaoi: l’ho fatto anche su quelli shonen (cioè per adolescenti) in generale. 

 

 

Ok, va bene giocare a sorprendere i lettori… Però seguendo il dialogo che tieni aperto con loro online si parla dichiaratamente di un preciso intento di traumatizzarli. Tu stesso ti descrivi come una carogna peggiore di George Martin, che ammazza senza riguardi i personaggi del Trono di spade per esigenze narrative: nel tuo caso c’è addirittura il gusto di tormentare emotivamente chi ti legge, al punto di aver reso la tua malvagità una vera icona! Mi spiegheresti un po’ questo aspetto, che ho idea costituisca parte integrante dell’opera?


Per come la vedo io è un gioco divertente, lo stesso genere di sadismo che ha il gestore della casa degli orrori. Dal mio punto di vista uccidere un personaggio è “troppo poco”: ci vuole qualcosa che superi la morte, che addirittura la faccia vedere come superflua rispetto alle dinamiche che si stanno costruendo nella storia. Quello che mi piace fare di solito è ingannare i lettori, sopratutto nel loro istintivo attaccamento per personaggi diversi, e usare gli stereotipi narrativi per creare delle trappole emotive. Questo perché sono molto affascinato da un aspetto umano presente in tutti noi: non siamo buoni nè cattivi, al massimo lo sono le nostre scelte. Quelle scelte sono una conseguenza delle mille altre fatte nel passato, che ci hanno poi portato a quel determinato punto in cui o spezziamo il loop o cadiamo di nuovo nei soliti schemi. Il lettore si sente trascinato dalle sue stesse manie e perversioni, che non si possono esprimere per molti motivi nella vita reale, ma allo stesso tempo vive un forte attaccamento emotivo alle dinamiche. Molti, pur non volendo continuare a leggerlo perché “troppo violento”, sono costretti da se stessi, da qualcosa che gli spinge da dentro a proseguire la lettura. Mi maledicono letteralmente, per questo. 

 

Nine Stones

Un’altra cosa che fa impressione in Nine stones è anche l’associazione fra un tratto per certi versi da “Accademia Disney” e contenuti di una brutalità che farebbe drizzare i capelli in testa anche a tanti autori underground. E qui viene inevitabile chiedersi come sia possibile che il tuo fumetto venga venduto senza divieti d’età, considerato il rischio che possa essere equivocato per un “giornalino per bambini”…


Il mio intento è stato creare un cortocircuito mentale dovuto proprio dall’attrito prodotto osservando lo stile di disegno e contemporaneamente i suo contenuti forti, perché siamo cresciuti con un immaginario preciso, in cui uno stile di disegno richiama per forza temi rassicuranti. In Nine stones ho aumentato quella sensazione di spaesamento e mancanza di punti di riferimento narrativi, quelli che ti dicono a prima vista di che genere sia qualcosa, che di solito l’editoria usa per orientarci. Nine Stones è una storia per adulti, e online ho sempre cercato di evitare che i contenuti più estremi fossero visti facilmente e sopratutto inconsapevolmente grazie ad avvisi vari. Per il cartaceo invece è facoltà dell’editore mettere un divieto o no. Nel caso di Nine stones non ha sentito la necessità di farlo, considerando anche molti altri fumetti con contenuti anche più estremi che ha pubblicato (cose come 7-prigionieri-7cannibali). Poi il problema dello scambiare qualcosa per bambini quando non lo è un discorso molto antico: purtroppo qui più che di responsabilità editoriale si parla di “genitori disfunzionali”, che vedono per esempio i cartoni animati per forza come per bambini. Gli stessi che anni fa portarono i figli piccoli al cinema a vedere Devilman perché era un “cartone animato”, quindi chiaramente per bambini. Nine stones ha delle copertine inequivocabili, e se un genitore ha la brillante idea di comprarlo perché “lo stile di disegno sembra disney” nonostante i personaggi ricoperto di sangue, non avrebbe visto nemmeno un ipotetico simbolo di avviso.

 

 

Allora vediamo la cosa da un altro punto di vista. Immaginiamo uno scenario possibile e diciamo che l’equivoco sia già avvenuto, che un ragazzino abbia letto il tuo fumetto e gli sia piaciuto. Ovviamente, così come non si mettono disclaimer anti-violenza in altre opere di fiction sul crimine, nemmeno Nine stones ne ha. La tua opera però presenta il sadomasochismo patologico come un ideale d’amore senza sottolineare particolarmente che il BDSM sano e i rapporti etici in generale siano tutta un’altra cosa. Quindi il minorenne in questione, che di solito non ha gli strumenti per comprendere tutte le implicazioni della cosa, vede i tuoi personaggi come dei modelli relazionali. Sappiamo tutti che solo le persone molto disturbate si lasciano ispirare dalla fiction – che si tratti di fumetti, videogiochi o film – ad agire comportamenti pericolosi, tuttavia l’impatto psicologico può essere immenso. Come vivi questa potenziale responsabilità come autore?


Tenuto conto che non è stata mia la scelta di non mettere un avviso, un ragazzino senza la supervisione dei genitori sarebbe effettivamente anche più attirato a comprarlo sopratutto con il disclaimer, magari mandando “il cugino più grande” a comprarlo. Basta ricordarci come eravamo noi da piccoli, che leggevamo Dylan Dog a 11 anni di nascosto da tutti, nonostante alcuni edicolanti si rifiutassero di venderlo ai minori (ci fu anche un’interrogazione parlamentare sulla violenza esplicita sui fumetti, all’epoca). L’immaginario che abbiamo noi adulti, l’idea che possiamo controllare tutto quello che fanno gli adolescenti, è solo un’illusione. Da adulti dobbiamo semmai impegnarci a dare il prima possibile ai ragazzini gli strumenti interpretativi dei contenuti, e quando riusciamo essere insieme a lui o lei quando legge o vuole vedere determinate immagini forti. Sopratutto sui fatti di cronaca, più che sui fumetti e i film. Ho paura che il problema sia principalmente sugli adulti, che sono a disagio con loro stessi e che non hanno mai avuto dei veri strumenti interpretativi, e quindi difficilmente riescono a passarli a un giovane.

La censura serve più a tranquillizzare gli adulti, a mettere un tappo che effettivamente a “placare gli animi dei ragazzini” facendoci credere che li possiamo tenere sotto controllo. La nostra storia ci insegna davvero tutt’altro. Ed è forse più questa forma di “controllo” smisurato a generare repressione negli adolescenti, esacerbando il loro sentito emotivo, generando disturbi comportamentali importanti. L’adulto fatica a rivedere se stesso in un’adolescente, quando sono solo persone uguali a noi ma in una fase della loro vita molto più delicata, in cui non hanno ancora capito molto del mondo e di loro stessi – e la loro energia esplosiva, dovuta al carico ormonale enorme, è ai massimi storici. Hanno bisogno di meno censura e più “direzione”, di usare i media per sfogarsi ma sopratutto imparare a saper distinguere la realtà dalla fantasia. Non di essere messi in una campana di vetro, perché noi adulti effettivamente certe cose non riusciamo a spiegarle.

Di solito le terribili conseguenze della repressione fanno incattivire le persone, giovani o adulti che siano. L’impatto psicologico nel leggere una storia come Nine Stones è direttamente proporzionale al carico emotivo represso di un individuo: meno sarà represso meno sarà deleterio. Allora perché non concentrarci di più sull’educazione emotiva che sulla censura? Quando delle reazioni fisiche-emotivo esplodono dentro e fuori da un adolescente è sicuramente più forte che su un adulto. Di solito si cerca erroneamente di rifiutarlo, di dirgli cose come «provare certe cose è sbagliato», quando in questo caso avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti a elaborare queste suo modo di sentire, a rassicurarlo che sono “cose  normali” e semmai insegnare a gestirle, osservandosi mentre ha questo tsunami di sensazioni prepotenti. Spiegare che non c’è nulla di male a essere così, ma che il potere dell’essere umano “sano” sta nella “scelta”, non nella repressione e nella menzogna. Il problema vero è aiutare gli adolescenti ad avere una buona empatia e una sana mentalizzazione – termini di cui la maggioranza delle persone adulte non sa nemmeno il significato senza googlare – anziché chiudere gli occhi di fronte alle “cose brutte”.

Tutti siamo potenziali assassini e criminali: è la “scelta” a fare la differenza, non la natura delle persone, che non si può contenere ma solo direzionare. Infatti gli psicotici non hanno scelta: sono purtroppo malati mentali. Non sono nemmeno dei mostri: possono essere mostruosi i loro gesti, e sopratutto hanno bisogno di molto aiuto. A uno psicotico basta un testo sacro, non Nine Stones letto per sbaglio, per fare una strage. 

 

 

A proposito: come sta andando con le critiche dagli onnipresenti benpensanti?


In realtà ce ne sono stati pochi. I benpensanti “religiosi” non si sono mai palesati, probabilmente perché la risonanza di questo fumetto non è ancora così forte. Rimane un fumetto di nicchia, che ha avuto in discreto seguito ma non tale da generare polemiche. Ci sono state solo alcune affermazioni divertenti, più moraliste che benpensanti – come lamentarsi che i protagonisti non abbiano usato il preservativo in una scena di sesso… senza notare che erano ricoperti dal sangue di un estraneo appena ucciso. Ammazzare sì, scordarsi il preservativo no: delle priorità un tantino sballate.

 

 

Nine Stones: studyNon ci vuole un grandissimo psicologo per immaginare un legame fra la violenza contro i corpi che caratterizza la tua opera e la trasformazione fisica del tuo percorso di transizione di genere, che ha sorpreso molte persone quando l’hai annunciato non molto tempo fa. Serve però una notevole arroganza per dare per scontato che sia davvero così, quindi preferisco chiedere a te, che sei sicuramente la fonte più attendibile, che rapporto ci sia fra le due cose.


Come per tutti gli adolescenti a cui non hanno dato mezzo strumento di interpretazione, ma solo una lista infinita di cose da non fare perché altrimenti sarei finito all’inferno, ho subito molta repressione da parte di un contesto famigliare fortemente cattolico. La consapevolezza che sia la repressione stessa della violenza a generare violenza l’ho maturata da molto giovane, tanto da prendere io stesso la scelta di rappresentare su dei fogli questa violenza invece di esercitarla sugli altri, come facevano con me senza problemi. Quindi mi sfogavo con il disegno, con lo sport, tanto da diventare un adolescente molto pacato. Ovviamente la mia situazione era esacerbata dalla disforia di genere, qualcosa di cui avevo un terrore immenso, per l’inferno di cui sopra. Il disegno mi aiutava molto a sublimare questo disagio: disegnando personaggi maschili in situazioni diverse, sopratutto sessuali, potevo sia sfogare la mia aggressività, la mia spinta erotica sia, almeno nella fantasia, identificarmi in un corpo maschile. 

 

 

Nine stones allora è anche una terapia? Solo per te, o la consiglieresti anche ad altri?


Nine Stones, come ho detto prima, è come uno specchio: ognuno ci vede la sua immagine riflessa. Può non piacergli questa immagine, quindi le reazioni sono sempre molto diverse ma molto incisive. 

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