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Panico perverso – L’eredità del piqueur

Dicembre 1819: la Sûreté Nationale di Vidocq, il famoso ex-criminale divenuto investigatore capo grazie all’efficacia delle sue tecniche rocambolesche, mette a segno un altro successo. Le prostitute assoldate come esche sui boulevard illuminati a gas di Parigi hanno funzionato, e un drappello di agenti sotto copertura ha arrestato in flagrante Auguste-Marie Bizeul, il terribile piqueur che da sei mesi terrorizzava la capitale francese. Ma… che cosa è un piqueur?

Il termine era stato creato poco prima dai giornali per riferirsi a un nuovo tipo di criminale. A differenza dei comuni delinquenti che passavano a fil di spada o di coltello le loro vittime per derubare i cadaveri, Bizeul curiosamente si limitava a pungerle. Il suo modus operandi era puntare una giovane donna – di solito una popolana o una serva con abiti modesti – e darle un colpo secco sul sedere usando uno spillone nascosto da un fazzoletto. Poi basta: non c’erano furti o altre violenze, ma solo il gusto di aver fatto fuoriuscire qualche goccia di sangue.

Il giovane Bizeul viene identificato da tre vittime, mandato a processo e rapidamente condannato a cinque anni di galera e a una multa. Che però è un po’ strano, per diversi motivi. Il primo è che nei sei mesi precedenti il piqueur ha aggredito almeno quattrocento donne. Poi, come nota La Quotidienne il giorno della sentenza, ‘il condannato è uno spaurito apprendista sarto, ma si direbbe che la depravazione alla base di appetiti tanto feroci possa risultare solo da eccessi d’ogni sorta e dall’abuso dei piaceri che si possono permettere esclusivamente ricchi sfaccendati’.  E infine – e soprattutto – l’intera operazione ha tutta l’aria di essere un tentativo disperato di mettere fine a un’isteria collettiva con risvolti assai più drammatici degli appena 28 ricoveri registrati su un numero tanto impressionante di vittime.

Per averne la prova basta aspettare qualche giorno. Giusto il tempo che le notizie da Parigi si propaghino alla velocità delle carrozze e del passaparola, e scatta un’epidemia di piqueur. I casi si moltiplicano a Lione, Bordeaux, Marsiglia, Calais, Bayonne, Lilla, Amiens… proprio le città con la maggiore diffusione di quotidiani e sale di lettura. I giornali locali non perdono occasione di sottolineare morbosamente l’aspetto del sanguinamento, e di tirare un parallelo con un’opera di Byron che è stata tradotta in francese solo poche settimane prima ottenendo un grande successo: Il vampiro.

Il piqueur – e, evidentemente, i suoi emuli – è come quella creatura fantastica: terrorizzante, perversamente erotico, invisibile ma onnipresente. La gente ne è affascinata e ossessionata. A Rouen qualcuno addita un passante e lo accusa di essere il tremendo pungitore di chiappe: non c’è alcun fondamento, eppure solo l’intervento della polizia riesce a salvare il malcapitato dal linciaggio istantaneo.
Nel 1822 il piqueur torna brevemente a operare anche a Parigi. Questa volta le aggressioni coinvolgono pure altre parti del corpo e perfino qualche uomo. È chiaro a tutti che la questione non si possa ridurre a un garzone fuori di testa.

In effetti, le istituzioni non azzardano alcuna interpretazione psichiatrica, anche perché la disciplina non esisteva ancora e i primi “alienisti” erano una rarità per salotti eccentrici. Curiosamente, benché le punture riguardino soprattutto le natiche di ragazze attraenti, anche l’aspetto sessuale viene sorvolato: d’altra parte per la legge i crimini sessuali sono caratterizzati da nudità e atti osceni… mentre le ferite avvenivano sempre attraverso i vestiti.
Men che meno si pensa a collegare gli attacchi del piqueur a una qualche disfunzione sessuale. I genitori di Freud non sono ancora nati, tuttavia provvedono gli umoristi e i vignettisti dei giornali. I cantanti del gruppo Soupers de Momus sbancano con i testi di La Piqûre à la mode, tutti giocati sui doppi sensi sul “pungiglione” capace di colpire solo quando la donna è di spalle, o sulla virtù delle vittime. Una stampa intitolata Il risultato di una puntura mostra una donna incinta. È proprio questo esorcismo tramite beffa che riesce finalmente a far sparire un fenomeno che, finché era rimasto terrorizzante, nulla poteva arginare. Questo, e la questione un po’ più preoccupante dell’insurrezione della Vandea.

Dal nostro punto di vista, però, l’aspetto sessuale è inequivocabile – a partire dalla scelta delle vittime. Le donne aggredite erano quasi tutte sotto i diciott’anni, carine ma con vestiti e atteggiamenti molto casti, virginali. Nel fermento del Romanticismo figure come queste avevano un nome preciso: oies blanches, cioè “oche bianche”, innocenti manifestazioni della bellezza travolgente della natura, e per questo tanto desiderabili quanto inaccessibili – specie ai grevi piaceri della carne.

Leggendo i resoconti d’epoca colpisce come tutta l’epopea dei piqueur sia stata caratterizzata dalla ripetizione ossessiva del concetto di “attacco alla morale”. Il problema non era tanto che centinaia di donne fossero state aggredite mentre passeggiavano per strada. Dopotutto, all’epoca la polizia considerava gli stupri una banalità da perseguire solo nel caso che dessero pubblico disturbo; la preoccupazione stava più nel fatto che il piqueur colpisse anche fuori dai quartieri malfamati di Cité e Les Halles, che agisse anche di giorno e – orrore degli orrori – sui nuovissimi boulevard, che erano il simbolo conquistato a fatica della città moderna e civilizzata. E poi, suvvia, una puttana se la va a cercare. Lo sanno tutti. Una dolce oca bianca, invece, merita vendetta.

Oggi si direbbe che la colpa fosse anche dei media. Prima per avere idealizzato quel tipo di figura femminile; poi per non avere lanciato l’allarme in tempo: la prima convocazione di ronde di cittadini contro il piqueur risale solo al 4 dicembre 1819, pochi giorni prima dell’arresto di Bizeul. Ma, a seconda di quale campana si voglia ascoltare, anche per avere alimentato la psicosi collettiva: chi era, in effetti, ad avere pubblicato réclame come quella dell’immagine di apertura, in cui un sarto si promuoveva ipotizzando proteggichiappe di ferro anti-pungitore, o le pubblicità dei ciarlatani che annunciavano pomate miracolose per indurire e rendere insensibile la pelle del sedere? E chi, all’ultimo, si era reso colpevole di scatenare cacce all’uomo assurdamente generiche, in cui si descriveva il piqueur come ‘un uomo ricco’ e contemporaneamente con testimonianze che parlavano di ‘uno col cappotto e un cappello tondo, chiaramente un operaio’?

Mentre Vidocq, che ci vedeva lungo, spediva i suoi uomini a setacciare i bordelli alla ricerca di chi «avesse i gusti più strani e depravati», però, le dinamiche in gioco erano probabilmente troppo grandi perché qualcuno potesse coglierne la scala.

Parigi era in quell’epoca una delle città più importanti e influenti al mondo, e per questo teatro di eventi dalle sfaccettature imprevedibili. In La logica della folla Arlette Farge e Jacques Revel raccontano l’isteria collettiva del 1750 per “i moltissimi rapimenti di bambini” – in realtà niente più di una leggenda urbana diffusa ad arte come alibi per soffocare un’imminente rivolta popolare; una tecnica poi riciclata più volte durante la rivoluzione, costruendo dal nulla crimini scioccanti e bizzarri.
Naturalmente non avremo mai una certezza al riguardo, ma diversi storici ritengono che il piqueur possa essere stato un caso analogo benché “troppo ben riuscito” e sfuggito al controllo.

Forse quella che doveva essere solo una distrazione dalle manovre per la Seconda Restaurazione borbonica è andata in risonanza con l’ansia da urbanizzazione e da industrializzazione; forse in una società che venerava il concetto di verginità la metafora della penetrazione di ogni difesa perfino nei templi della civiltà, dove addirittura i generi vivevano più separati che in passato, ha brillato con troppa violenza. Forse la variabile imprevista furono i giornali e il loro pruriginoso fraseggio, con quell’insistenza sulla frase fatta della ‘mancanza di sicurezza del corpo’ che aumentava sì le vendite, ma scatenava i ricordi spaventosi e ancora vividi delle ghigliottine in piazza.

Fatto sta che la politica si impadronì del trauma da piqueur distorcendolo senza scrupoli per i suoi scopi. Mentre il potere di Napoleone era sempre più in pericolo e il parlamento litigava per cambiare legge elettorale, i conservatori sostennero che i pungitori di giovani donne non fossero altro che una campagna di destabilizzazione sociale. Dal canto suo, il giornale liberale La Renommée associò le punture agli scempi compiuti dai suoi avversari a Nîmes pochi anni prima, dove molte donne erano state picchiate in piazza con frustini chiodati che imprimevano il marchio sanguinante del fiordaliso reale.

E se, arrivati alla fine di questa storia, non vi sono ancora venute in mente certe altre ronde, certe altre campagne basate su diffamazione e indignazione pubblica, certe altre fissazioni sulla sicurezza, certe altre “fonti di informazione” che rigurgitano chiacchiere anziché analizzare i fatti; se ancora non avete fatto caso a come il popolo possa condannare oltre ogni buon senso, o come a conti fatti rida a spese delle donne – anche e soprattutto quando sono vittime – perché “in fondo se la sono cercata”… forse ripassare la storia può essere davvero utile. Anche quando sfida ogni immaginazione.

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