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Colpa o vergogna?

Questo articolo è stato scritto originariamente per la rivista Psicologia Contemporanea

 

Veri o immaginari che siano, riveliamo i nostri più oscuri segreti solo a chi sentiamo essere come noi. Ma incontrarlo non è affatto semplice.

 

Per comprendere davvero cosa significhi avere una mentalità aperta consiglio di visitare un festival dedicato all’eros “kinky” – cioè consapevolmente e felicemente deviante – o per lo meno un sito a tema. Vi incontrerete personaggi parecchio bizzarri: dal tale che si veste da pelouche all’infermiera con l’hobby di suturare i genitali altrui, dal feticista del taglio di capelli all’appassionato di deprivazione sensoriale, alla cultrice dell’ipnosi erotica e così via.
Tanta varietà non stupisce in un ambiente che fa dell’accettazione e dell’assenza di giudizio la sua filosofia fondante… ma uno sguardo più attento potrebbe notare la strana mancanza dei rappresentanti di alcune fra le parafilie più ricercate online, ai posti numero 10, 12 e 15 della top 100 delle keyword erotiche stilata da Ogas e Gaddam in A billion wicked thoughts. Si tratta rispettivamente di: coprofilia, incesto e zoofilia – che, per intenderci, suscitano più interesse di sesso orale (28), lingerie (44), bisessualità (72) e rapporti senza preservativo (96). La ragione di questa anomalia è semplice. Benché i potenti archetipi dietro quelle fantasie suscitino in molti forti emozioni, perfino nei luoghi più tolleranti che ci siano praticamente nessuno ha il coraggio di ammettere curiosità verso argomenti ritenuti tabù universali: troppa vergogna.

Il rapporto fra sessualità e senso di colpa è uno stereotipo classico della psicologia, e come tutti gli stereotipi nasce da un fondamento reale. Situazioni come quella appena descritta ricordano però una distinzione importante. La colpa solitamente stimola una reazione, di ammenda o di rifiuto; la vergogna è “semplicemente” un macigno che ci schiaccia e paralizza davanti al giudizio altrui, che come spiega bene Jon Ronson in I giustizieri della rete è ancora più terribile perché non ha bisogno di giustificazioni, né può essere realmente mai rimosso del tutto.
Nel caso del sesso, la colpa è una sorta di effetto secondario: il sentimento che le grandi religioni insegnano ad attribuire alla vergogna per un istinto naturale, che tuttavia fino a tempi recentissimi è stato ostentatamente condannato dalla morale prevalente. Vivendo immersi in questa cultura e nei suoi retaggi è inevitabile esserne tutti influenzati più o meno profondamente.

Se però la vergogna porta a nascondersi, comunicare le parti di sé che si ritiene non corrispondano agli standard comuni diviene particolarmente difficile. Demolire autoconvinzioni nate dalla ripetizione di messaggi oppressivi da parte delle comunità cui si appartiene, le loro istituzioni, la famiglia è ancora più arduo proprio per la difficoltà di trovare alleati da cui ottenere supporto.
Il fenomeno è noto e ben studiato nelle sue forme più comuni, fra cui l’omofobia internalizzata di chi non è stato esposto a espressioni positive delle pulsioni omosessuali che sente dentro di sé, o lo slut shaming (lett. ‘condanna della promiscuità’) inflitto a donne sessualmente serene ma percepite “troie” da ambienti repressi e repressivi. Semplificando, si ritiene che le disfunzioni e i disagi sessuali siano direttamente proporzionali al senso di vergogna provato per le proprie preferenze, che impedisce di accettare la possibilità di provare piacere.

Dinamiche analoghe colorano tuttavia ogni variante cosiddetta “insolita” dell’eros. Quelle più comuni – come per esempio il BDSM, praticato in qualche forma da una persona su dieci – beneficiano di intere sottoculture e comunità organizzate che facilitano l’autoaccettazione offrendo il conforto di una tribù di simili. Benché Internet abbia senz’altro facilitato l’incontro di individui con gli stessi gusti, però, molte fantasie sessuali rimangono una fonte di disagio perfino per chi non ha intenzione di agirle eppure si trova impossibilitato a comunicarle ed esprimersi quindi completamente.
È il caso di quelle citate in apertura, ma non solo. Le fantasie di stupro sono un esempio molto frequente e molto malvisto perfino negli ambienti sex-positive. Ancora più tabù sono i giochi erotici legati alle differenze etniche: scoprirsi col desiderio di mettere in scena a scopo sessuale i terribili traumi vissuti dai propri antenati scatena crisi etiche monumentali. L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito.

In qualità di professionisti sta a noi quindi creare spazi sicuri in cui i soggetti si sentano liberi di esprimere tutte le proprie sfaccettature sessuali senza autocensurarsi. Ciò comporta un lavoro importante sia di soppressione dei nostri stessi inevitabili stigmi, sia di conoscenza reale della miriade di realtà spesso rubricate troppo grossolanamente alla voce ‘parafilia’.
Due dei principi indicati dal Kink clinical practice guidelines project negli Stati Uniti recitano: «Il terapeuta riconosce che un disagio legato a sessualità alternative può riflettere stigma internalizzato, oppressione e negatività anziché il sintomo di un disturbo» e «Nel lavoro con clienti che esplorano sessualità alternative o vi si identificano, i terapeuti debbono essere coscienti delle proprie competenze e capacità di trattamento, cercando consulenze, supervisione o referenti appropriati per servirli al meglio».
In mancanza di un protocollo analogo anche in Italia, il miglior consiglio è ricordare almeno questi principi quando si incontrano (più spesso di quanto si creda!) casi “insoliti”. Senza vergognarsi dei propri limiti, naturalmente.

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