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Guarda, spazzare il porno sotto il tappeto non funziona

E così adesso ci sono i video di pulizia veloce. Siccome se mi limitassi a descriverli non mi credereste, vi invito a guardarne un paio voi stessi. Sì, quella tizia stava davvero sciacquando un fottuto coccodrillo, ma non è questo il punto; come avrete notato, ciò su cui si concentravano le riprese erano le inquadrature sotto la gonna.
C’è gente che apprezza il brivido voyeuristico di spiare i dettagli letteralmente più intimi della vita di sconosciuti. Un sacco di gente, in effetti: così tanti guardoni da giustificare l’esistenza di un intero filone di video in cui donne del tutto comuni vengono colte mentre davvero rassettano casa, come se fossero stalkerate dalla gemella (più) malvagia di KonMari. Non importa nemmeno se siano svestite o no: i voyeur online non ne hanno mai abbastanza di appostarsi per ore in attesa del fotogramma fuggente in cui si intuisce l’orlo della mutandina che sporge dai jeans, un’ascella non depilata inquadrata durante la pulizia delle finestre, o la pianta di un piede che sfugge da una ciabatta di spugna. I feticismi sono davvero infiniti. È inquietante? Potete scommetterci. È buffo? Beh, dai… abbastanza, su. Ma oltre queste reazioni istintive si nasconde ben altro.

Avete mai sentito il termine ‘pornocalisse’? Riassumendo, si riferisce alle pressioni politiche esercitate sulle attività commerciali perché rendano i loro prodotti “adatti a tutta la famiglia” – che in sostanza significa conformarli a una visione reazionaria, potenzialmente bigotta e fanatica. Tipo quell’idea per cui esporre bambini a oltre 11.000 atti di violenza televisiva all’anno sia perfettamente accettabile, ma poi bisogna censurare capolavori dell’arte sui social network perché qualche adulto potrebbe turbarsi se intravedesse un accenno di capezzolo.
Certo, i siti web e gli altri operatori online possono anche seguire politiche più progressiste… ma il risultato più frequente del comportarsi come adulti intelligenti è vedersi congelare i canali di pagamento, persecuzione fiscale e divenire il bersaglio delle proteste di associazioni di “cittadini preoccupati” che, più spesso che no, sono strumenti inconsapevoli di gruppi assai più sinistri. In altre parole, o si gioca secondo le loro regole o si viene cacciati fuori dalla partita.

Soddisfare la “morale prevalente” Spoiler: non è affatto prevalente, ma di poche entità la cui morale riguarda solo i loro interessi finanziari e politici] è il vero motivo per cui al mondo tocca sopportare leggi persecutorie di chi vive liberamente il sesso, per cui Tumblr si è suicidato perdendo il 40% degli utenti da un giorno all’altro dopo avere epurato la piattaforma dai contenuti per adulti, o per cui l’eros in generale deve sempre affrontare tante difficoltà.
Questo, tuttavia, è un problema solo per chi lavora dietro le quinte. Tranne per gli utenti più sprovveduti, accedere alla roba da grandi online rimane una rapida questione di scovare siti-copia o altre alternative. O di scatenare la creatività.

È una storia già vista, naturalmente. Tipo in Giappone nel 1907, quando venne approvato l’articolo 175 tutt’ora in vigore nel Codice Penale, che imponeva che i genitali venissero censurati in ogni loro rappresentazione. Al di là di un picco immediato di interesse verso il porno divenuto illegale, gli effetti andarono ben più in là delle aspettative. Per esempio, il materiale erotico cominciò a rappresentare sempre più personaggi minorenni, secondo la logica per cui i loro corpi imberbi implicavano che fossero sessualmente immaturi e fosse pertanto chiaramente impossibile raffigurarli con intento pornografico. Inoltre il normale sesso penetrativo era vietato… quindi l’immaginario si spostò su argomenti “non sessuali” quali tortura, degradazione, bondage, coprofilia e altre perversioni. E non solo: anche se il sesso fra esseri umani era inaccettabile, creature aliene, fatine, furry e altri personaggi fantastici restavano una valida alternativa – e benché gli amplessi espliciti non andassero bene… situazioni più oblique quali tentacoli stupratori, bukkake e perfino il porno astratto erano ok. In effetti, benché le conseguenze generali siano state un disastro, da tutto ‘sto pasticcio è emerso perfino qualche fenomeno artistico notevole, tipo il genere ero-guro.

Nella nostra epoca digitale la creatività tende tuttavia ad assumere forme piuttosto inusuali. Uno degli effetti più bizzarri della pornocalisse è la tracimazione della pornografia – di quella strana forte – entro piattaforme generaliste tipo, per citarne una a caso, YouTube. Sì, il sito che potreste conoscere per i suoi cartoon generati proceduralmente che fanno promuovere il cannibalismo a Peppa Pig; per i video deep fake che annullano ogni senso di realtà, o per i corti animati modificati con istruzioni per suicidarsi rivolte ai più piccoli.
O, più recentemente, per lo scandalo sulla comunità di pedofili che aveva metastatizzato nella sezione dei commenti di clip innocenti che raffiugrano la vita quotidiana di bambini qualunque. Capito cosa intendevo?

Per stomachevole che sia, questo ultimo esempio è solo una prova di come non si possa pretendere di regolare per autorità la sessualità delle persone: i loro impulsi, fantasie e tendenze resteranno gli stessi e si limiteranno a infiltrarsi dietro la facciata in modi più sottili e potenzialmente più preoccupanti. O più assurdi, come sembrano certi fenomeni apparentemente più sani.
Vi ricordate nel 2014 le discussioni attorno all’ASMR, meglio noto come ‘piacevoli sussurri e rumorini in cuffia’? In quel caso era accaduto che, non appena divulgata l’esistenza di una strana reazione sensoriale, era germogliata una masnada di “performer di ASMR” che l’aveva trasformata in prodotto erotico fatto e finito, facendo infuriare gli appassionati della prima ora. Beh, era solo la punta dell’iceberg.

Sapete come ho scoperto la moda dello speed cleaning, che fra l’altro non è affatto veloce? Grazie a questo video di condanna di un’altra youtuber, infuriata per i guadagni dichiarati dalle signore delle pulizie… rispetto ai suoi. Perché sforzarsi a produrre “contenuti” se si può incassare semplicemente facendo finta di spazzare per terra, chiedeva? E perché YouTube permette certi orrori? Perché, sono insorti tanti altri unboxer, giocatori di videogame, recensori di smalti per unghie, sorrisettatori seriali e altri fulgidi campioni di produttività fordista?

Se vi è mai capitato di lamentarvi per la scarsa qualità media dell’industria dell’intrattenimento… avete perfettamente ragione. Il fatto è che l’arrivo dell’era digitale e della possibilità di creare prodotti per il mercato globale a costi enormemente più bassi che in passato ha stravolto il cosiddetto modello di business. In parole povere: anziché investire tempo, risorse e denaro nella costruzione di capolavori curati fino all’ultimo dettaglio, oggi conviene offrire più proposte a basso costo possibile, vedere quale funziona e spingerla il minimo indispensabile fino al sopravvento della prossima moda.
Quel che sta accadendo, quindi, è l’incontro di due fenomeni decisamente attuali.

Il primo è, come dicevamo prima, l’ossessione nel voler rendere almeno in teoria difficilmente accessibile la pornografia. Provate a vietare il materiale per adulti dalla rete di casa, dell’ufficio o della nazione intera, e gli utenti non saranno che più stimolati a cercare altrove contenuti pruriginosi.
Il secondo è un’altra ossessione: monetizzare il non-lavoro.

Lo so di sembrarvi ancora più antiquato e brontolone del solito. Sentite, magari compiere cinquant’anni mi ha reso ufficialmente vetusto, ma… parliamoci chiaro, ragazzi: ficcarvi le Mentos nelle narici e sniffare Coca Light per diventare vulcani umani, o qualsiasi cosa facciate voi giovinastri d’oggi, non è un vero lavoro. Non perché non facciate abbastanza fatica, ma proprio per il motivo opposto: produrre centinaia di ore di inutilità visiva nella speranza che gli dei di YouTube vi premino con qualche decina di euro per le visualizzazioni semplicemente non è remunerativo a sufficienza in confronto a un lavoro normale. E allora perché farlo, se chiunque sia sano di mente si rende conto di quanto sia insensato, inutile e – guarda che mi tocca dire – corrompa la società nel suo complesso?
La risposta, naturalmente, è una combinazione di sogni di gloria, mancanza di ascensori sociali affidabili, narrative sconclusionate e altri motivi serissimi. Che comunque non cambiano il fatto che la maggior parte della gente preferirà sempre guardare roba “scioccante”, “proibita” o “stranissima” piuttosto che contenuti seri, anche se presentati benissimo.

Soprattutto, la risposta è anche che ciò che a noi sembra solo una buffa curiosità equivale a soldi veri per i social network, le piattaforme video e gli altri grandi operatori di Internet. Il loro mestiere è “creare engagement” (leggi: tenere la gente incollata alle pubblicità più a lungo possibile, in qualsiasi modo), e dare a degli sprovveduti con aspirazioni da celebrità online gli strumenti per fabbricare sempre nuove tendenze costituisce un’ottima strategia. Il lavoro lo fate tutto voi, e nel caso remoto che qualcosa riscuota successo i guadagni vanno a loro. Ecco perché, anime belle, YouTube e colleghi “permettono certi orrori”, e anzi li incoraggiano.
Da quel punto di vista, poter contare su orde di tizi affamati di porno che visitano i nostri siti è una manna dal cielo. Ricordati solo di non fare roba così esplicita da essere riconosciuta perfino da quelle teste di legno in Parlamento, ragazzino, e ci pensiamo noi a ospitare i tuoi video di pedal pumping, le clip di patience face e le tue maratone di speed cleaning. Divertiti un po’ come ti pare.

Come ti pare, certo. L’unico aspetto che proprio non mi va giù è l’assoluta mancanza di etica in tutto ciò. Non solo nei confronti di chi produce contenuti, ma verso il pubblico. No, dico… mica penserete davvero che YouTube, con tutti i suoi motori di moderazione dei commenti alimentati a machine learning, non fosse a conoscenza dei molestatori (per fortuna prevalentemente virtuali) di bambini che si scambiavano appunti viscidi sotto quei video di lezioni di danza, vero? Credete sul serio che nessuno li avesse mai avvertiti? Beh, allora ricredetevi, perché l’ho fatto io stesso diversi anni fa, e come me sicuramente tanti altri. Eppure bloccare i commenti non gli è convenuto davvero fino a che non è scoppiato un caso mediatico di alto profilo. È stato solo a quel punto che perdere pubblico è divenuto più redditizio che perdere inserzionisti – e il problema è stato risolto in un battibaleno.
La cosa più triste è che ospitare una comunità di pedofili faceva guadagnare alla piattaforma appena 4.000 dollari al mese, pari allo 0,0012% del fatturato. Ne valeva davvero la pena per loro? E per i bambini e le loro famiglie? Per chiunque?
A proposito: qualche ora fa è uscita la notizia che, stando a una ricerca, negli ultimi 18 mesi Facebook e le sue sussidiarie hanno contribuito fortemente nel consentire metà dei casi di plagio di minori nel Regno Unito. Fatemi azzardare un vaticinio: predico che Zuckerberg dichiarerà a breve che non poteva proprio immaginarsi una cosa del genere, e che ha già costituito un team per prevenire ulteriori incidenti. Con la stessa serietà e solerzia con cui è stata risolta quella cosetta delle elezioni manipolate in diverse nazioni, o l’aver scatenato pulizie etniche, tipo.

Tornando a noi, a conti fatti pare che si possa anche provare a negare la realtà e tentare disperatamente di vietare la pornografia. Tuttavia non funzionerà – e si rischia di far nascere qualcosa di molto più pericoloso al suo posto. Sarà mica che seguire ciecamente il Vangelo del Dollaro non sia poi una scelta così furba?

 

P.S.
Sapete chi è che intanto sta realizzando le clip più innovative su Porn Hub? Il signor RyanCreamer, specializzato in… beh, guardatelo voi stessi.

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