Problemi col sesso insolito?

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Parliamo di sesso. Ma bene.

Questo articolo è stato scritto originariamente per la rivista Psicologia Contemporanea

 

Il sesso non ha bisogno di strane parafilie per essere “insolito”: a volte basta averne una visione fuori dal comune

 

Con i suoi simboli, disagi, metafore e potenti archetipi, la sessualità gioca un ruolo centrale ben noto nella psicologia dell’individuo. È ragionevole quindi che anche la pratica si concentri su questo aspetto, spesso a discapito dell’approcio sociale che studia come l’ambiente nel quale si è immersi contribuisca notevolmente a plasmare le nostre convinzioni e idee sul sesso. Vi è tuttavia un ulteriore lato della questione, forse ancor più negletto benché di importanza critica: il modo in cui la visione personale della sessualità impatta sulla società stessa, plasmandola con conseguenze profonde per il benessere tanto collettivo quanto individuale.

Si tratta di una dinamica circolare in cui i media (e chi li controlla) rappresentano il fulcro, che permette di formare le nostre opinioni e le rilancia su larga scala. Esaminiamone per esempio gli effetti su una bambina di oggi basandoci su dati obiettivi spogliati di interpretazioni partigiane.

 

Tutti questi orrori hanno controparti altrettanto tremende per i maschi, costo sociale incalcolabile e sono tutt’altro che inevitabili. Sarebbe sufficiente un’educazione alla sessualità consapevole, che trascenda il semplice aspetto funzional-riproduttivo per trattare anche concetti quali l’accettazione di sé, l’uguaglianza di genere o il rispetto fra partner. Esempi virtuosi quali il programma scolastico integrato dei Paesi Bassi dimostrano concretamente l’efficacia di tale approccio, eppure molte nazioni soffrono della convinzione ottocentesca che qualsiasi disastro sia preferibile all’imbarazzo (del tutto immaginario) di trattare il sesso come un argomento di cui si possa parlare normalmente. Ci sono, ovviamente, ostacoli politici e ingerenze religiose; c’è l’ottusità burocratica di usare come parametri di valutazione dei programmi solo l’età media del primo rapporto e la diffusione di malattie a trasmissione sessuale; c’è la necessità di adattare i programmi alle microculture locali.

 

C’è però soprattutto la necessità di formare i formatori stessi e i professionisti come i terapeuti, eredi dello stesso bias istituzionale che vede la sessuologia principalmente nel suo aspetto medicalizzato di “soluzione di problemi”, impedendo di considerarne le implicazioni sociali. In mancanza di un curriculum cui fare riferimento l’impresa è ardua – ma solo se ci si limita ai canali tradizionali.

 

L’immensa distanza fra il sesso “ufficiale” e la realtà contemporanea si nota infatti anche nell’impermeabilità di ricercatori e legislatori alle soluzioni sviluppate in contesti meno ufficiali. Da decenni esistono ormai infatti numerose proposte di educazione alla sessualità consapevole nate in ambito privato – per esempio: Make love not porn, per combattere la tendenza a considerare la fiction pornografica un modello relazionale – e controculturale. In quest’ultimo ambito, basti pensare all’impegno della comunità LGBTQ contro la discriminazione delle diversità, o a quello del mondo BDSM per diffondere strumenti efficaci quali le safeword e il principio dell’SSC – Sano, sicuro e consensuale. Benché i risultati positivi di tali sforzi siano accessibili molto facilmente e offrano casi di studio pluriennali, con migliaia di soggetti assolutamente aperti alla collaborazione, tali risorse giacciono pressoché ignorate a livello istituzionale. Iniziative di successo quali la AltSex NYC Conference curata dal Dott. Michael Aaron o il progetto internazionale It gets better per il supporto psicologico dei giovani con sessualità non normative restano rare eccezioni in un panorama desolante, ma che ci riguarda tutti.

 

Ciò non significa tuttavia che i frutti del lavoro del movimento sex-positive globale non siano a portata di mano per chi voglia avvicinarsi a un diverso approccio alla sessualità: non fardello da gestire, ma gioiosa occasione di crescita personale e sociale. I principi generali sono raccolti online nel Manifesto degli esploratori sessuali, mentre la formazione è prevalentemente tramite risorse in lingua inglese, come i corsi della NCSF, la certificazione Pink Therapy, o il programma  Kink Knowledgeable. L’Italia sta recuperando terreno con docenti specializzati quali il Dott. Fabrizio Quattrini, le attività dell’Istituto di Evoluzione Sessuale di Milano o i corsi del Centro Il Ponte di Firenze.

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