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Come è cambiata l’educazione al sesso insolito

La parte meno nota ma forse più importante della mia attività consiste nel tenere lezioni per due corsi specialistici di sessuologia e uno di criminologia. Gli studenti sono professionisti della salute mentale, medici, giuristi e forze dell’ordine desiderosi di comprendere e gestire correttamente le sessualità atipiche nel corso del loro lavoro.
Confrontarsi con interlocutori simili conduce spesso a fare osservazioni interessanti, come è mi accaduto di recente, e che ho pensato fosse utile condividere anche con chi segue il mio sito o la newsletter collegata.

 

La nuova era dell’educazione kinky

Ciò che più mi ha colpito delle ultime classi (purtroppo virtuali, naturalmente) è… la quantità di iscritti, che soprattutto nel 2021 è cresciuta più velocemente che mai. Le aule continuano a essere prevalentemente femminili, ma l’aumento di interesse generale verso una maggiore conoscenza della sessualità è palese.
Questo si nota anche dall’approccio verso la materia: potrebbe trattarsi di una mia percezione sbagliata, ma ho la sensazione che in passato gran parte degli studenti sopportasse di mala voglia ogni accenno alle forme di sesso insolito pur di conquistare un certificato utile alla professione, mentre oggi il tema sia più sentito anche a titolo personale.

Anzi, ogni volta non manca qualcuno che dichiari serenamente le proprie esperienze kinky o LGBTQ+. In confronto alla mia prima conferenza al convegno della Federazione Europea di Sessuologia, circa 15 anni fa, mi viene da sorridere ripensando a quel ginecologo (ungherese, forse? Boh.) infuriato per la trattazione sex positive del BDSM, che riteneva inconcepibile quanto un’apologia di genocidio.

Il merito è di un clima culturale decisamente mutato. Dopotutto in cima alle classifiche mondiali ci sono i Måneskin con la loro estetica da dungeon, i media hanno discusso per mesi del decreto contro l’omotransfobia, il dibattito sull’inclusività linguistica è divenuto mainstream, e fra i molti “esperti” improvvisati da social network hanno cominciato a spuntare anche verə attivistə capaci di diffondere fra i più giovani quell’idea di sessualità etica e consapevole su cui mi incaponisco da anni.
Soprattutto, però, sono piacevolmente sorpreso di non essere più solo anche dalla mia parte della cattedra. Ai due o tre sessuologi illuminati che già condividevano la missione di un’educazione più progressista si stanno unendo sempre più professionisti – di solito formatisi proprio in questi corsi specialistici – con una visione positiva delle “varianti atipiche” del passatempo più vecchio del mondo.

 

I cambiamenti nello studio delle sessualità alternative

Più insegnanti e più studenti in sintonia con la sex positivity stimolano ovviamente nuove riflessioni sull’intero tema delle sessualità insolite, anche nel modo in cui vengono affrontate. Innanzitutto per gli argomenti trattati: per lungo tempo infatti l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle cosiddette “parafilie maggiori”.
Questa famiglia – che comprende sadismo, masochismo, pedofilia, incesto, necrofilia e zoofilia – raggruppa le devianze sessuali che configurano un crimine… e già questo dovrebbe avervi fatto sollevare un sopracciglio o due. Sia perché dall’elenco mancano diversi reati, tipo il frotteurismo (cioè palpare o masturbarsi su persone non consenzienti), ma anche perché è palese che la maggior parte di sadici e masochisti si godano allegramente le proprie passioni senza violare alcuna legge né causare danni di cui preoccuparsi.

Un po’ per volta allora si è fatto strada il concetto che ci sia una bella differenza fra una parafilia – ossia un interesse erotico anormale, qualunque cosa voglia dire – e un disturbo parafilico, cioè un’espressione di quella parafilia tale da causare disagio al soggetto o a chi gli sta vicino. Soprattutto però l’attenzione si è allargata anche a tutte le altre espressioni di sessualità insolita.
Oggi per fortuna è raro incontrare ancora professionisti della salute mentale che condannino a priori ciò che esula dalla sessualità normativa. Ciò nonostante rimane qualche resistenza nei confronti di idee che perfino moltissimi utenti di social network – o anche di banali siti porno – danno ormai per scontate.

I corsi di formazione si sono così evoluti anche per riallineare, in un certo senso, l’atteggiamento dei professionisti con il sentimento generale della popolazione; per lo meno di quella parte che non passa il suo tempo a odiare un “nemico” dopo l’altro pur di evitare di mettersi in discussione. Per esempio imparando a conoscere e comprendere tutte le numerose variazioni sul tema.
Fino a pochi anni fa, per dire, la asessualità (mancanza di interesse per i contatti sessuali) veniva considerata allo stesso modo dell’omosessualità al tempo dei nostri trisnonni: come il sintomo di qualche grave problema mentale, trauma o deficit fisiologico. Come diceva un relatore asessuale all’ultimo corso cui ho partecipato: «mi è stato concesso di avere la sessualità che ho sempre saputo di avere solo quando tutte le altre possibili diagnosi patologizzanti sono fallite».

Il nuovo obiettivo è guidare i terapeuti – o giudici, avvocati e forze dell’ordine, nel caso della criminologia – a vedere le sessualità atipiche come una normale espressione della varietà dell’animo umano. Ciò significa anche evitare di identificare una persona con le sue eventuali parafilie. Per fare un esempio, è possibilissimo che una persona poliamorosa possa richiedere assistenza psicologica perché soffre di depressione o di ansia… che però non hanno niente a che fare con le sue preferenze nel modo di vivere le relazioni.

Ciò naturalmente non può accadere senza conoscere almeno a grandi linee le caratteristiche – che a volte costituiscono intere sottoculture – delle tante forme insolite del sesso. In compenso questo tipo di conoscenza aiuta a sviluppare maggiore sensibilità nei confronti degli interlocutori.
Restando nell’ambito del poliamore, una specialista raccomandava allora di chiedere ‘hai qualche relazione?’ anziché ‘hai un fidanzato?’, semplicemente perché questa piccola attenzione lessicale permette di non far sentire giudicata una persona (di genere femminile, in questo caso) che abbia più di un rapporto in corso, o abbia partner del suo stesso genere, o queer. Servono più studio e più lavoro, certo, tuttavia i benefici sono evidenti.

La cosa vale oltretutto anche per gli studenti e futuri professionisti stessi. Uno dei problemi che vengono citati ogni tanto è per esempio il biasimo degli ordini professionali nei confronti dei loro iscritti che dichiarino pubblicamente di avere un atteggiamento positivo nei confronti delle sessualità alternative o – che scandalo, signora mia! – addirittura dicano di avere preferenze atipiche essi stessi.
Anche questi casi sono tuttavia sempre meno frequenti, segno che tutto lo sforzo educativo verso una maggiore inclusività e apertura mentale stia portando pian piano buoni frutti.

 

Il futuro

Nessun ragionamento su passato e presente può sfuggire a qualche ipotesi sul futuro, benché la storia insegni che le previsioni siano raramente affidabili. In questo caso però mi sembra di scorgere un percorso ben tracciato. Non perché ci sia qualche comitato a definirlo, né men che meno cabale segrete o lobby misteriose al lavoro: semplicemente sento per la prima volta di essere circondato da così tante persone che marciano nella mia stessa direzione da non riuscire a credere che almeno qualcuna di esse non riesca a raggiungere la meta comune.

È fuori di dubbio che spunteranno ostacoli vecchi e nuovi, che qualche imbecille in cerca di gloria si metterà di traverso e che, come è sempre capitato, il clima politico e culturale faccia uno di quei dietrofront verso l’oscurantismo che avvengono in media ogni sessant’anni. Eppure, quando gli specializzandi di oggi scalzeranno del tutto le ultime reliquie della psicologia moraleggiante del secolo scorso, i loro valori cominceranno a trasferirsi anche al resto della società.

I primi a recepirli saranno finalmente i mass media. Non per convinzione, figuriamoci, ma per semplice calcolo: seguire i gusti del pubblico è l’unico modo che hanno per non scomparire del tutto in un panorama sempre più frammentato – quindi tenete d’occhio il momento in cui perfino i telegiornali RAI si rassegneranno ad ammettere che sì, in fondo anche quei depravati fissati con l’eguaglianza dei diritti e la libertà d’espressione non sono poi così male. Da lì a conquistare pure i vostri zii razzisti e no-vax è un attimo.

Dopo verrà il turno delle istituzioni. Anche qui per convenienza, ma spero anche un po’ perché prima o poi in Parlamento arriveranno pure quelli che oggi seguono certi profili Instagram, frequentano certe feste, o sono stati comunque esposti a concetti “rivoluzionari” come quelli che noialtri abbiamo interiorizzato da un pezzo.
L’effetto potrebbe essere l’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nei programmi della scuola dell’obbligo (nota per chi non ha figli: in Italia esiste solo in teoria, e viene insegnata in meno del 10% degli istituti) o l’applicazione di vere leggi contro le discriminazioni – idee oggi utopistiche in un Paese per cui ‘G8’ significa solo ‘studenti massacrati impunemente’ anziché essere uno di luoghi più sviluppati del pianeta.

Infine, in un futuro che sospetto non farò in tempo a vedere, ci sarà il cambiamento vero. Una società fatta da persone nate e cresciute nella cultura definita da quei media e quelle istituzioni che si stanno formando oggi. Persone per cui sia inconcepibile ammazzare qualcuno perché ama un partner che ci pare strano, spingere al suicidio qualcun altro perché mette in dubbio la propria identità, bullizzare un altro ancora perché esprime la propria sessualità in modo curioso, o non riconoscere lo stato di famiglia di chi ama più di una persona.
Ve lo immaginate un mondo così? Di solito questi discorsi finiscono concordando mestamente che «eh, bisognerebbe partire dall’educazione». Sapeste che effetto strano fa guardarsi indietro e accorgersi che la partenza c’è già stata da un pezzo – e che forse un pochino di merito è addirittura pure mio.

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