{"id":1028,"date":"2018-06-01T00:00:00","date_gmt":"2018-05-31T22:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ayzad.com\/2018\/06\/01\/coming-out-kinky\/"},"modified":"2018-06-01T00:00:00","modified_gmt":"2018-05-31T22:00:00","slug":"coming-out-kinky","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ayzad.com\/it\/coming-out-kinky\/","title":{"rendered":"Coming out kinky: pi\u00f9 dubbi che risposte"},"content":{"rendered":"

No, ovviamente \u2018Ayzad<\/a>\u2019 non \u00e8 il mio nome di battesimo. \u00c8 un nom de plume<\/em>, uno pseudonimo, un nickname<\/em> proveniente dal secolo scorso, quando l\u2019approccio verso la privacy veniva vissuto in tutto un altro modo. Scegliersi il nome \u2013 e a conti fatti la propria identit\u00e0 \u2013 \u00e8 in parte un gesto di autoaffermazione, ma era anche la prassi per chiunque usasse Internet quando c\u2019erano ancora le interurbane e i modem che gracchiavano<\/a>. Soprattutto era una precauzione saggia nel magico mondo dell\u2019eros. Un po\u2019 perch\u00e9 si dava per scontato che la sessualit\u00e0 fosse cosa privata, un po\u2019 per evitare di offrire il fianco alle aggressioni<\/a> (a volte anche fisiche<\/a>) che sono da sempre uno strumento politico nel nostro paese in cui avere nemici \u201cdiversi\u201d da odiare rappresenta un classico metodo per fare carriera.<\/p>\n

In particolare, l\u2019argomentazione pi\u00f9 frequente nell\u2019ambiente del BDSM<\/a> da cui provengo era che non ci fosse alcun bisogno di dichiararsi. Le persone omosessuali o trans, si diceva, sono costrette a farlo perch\u00e9 non possono mica nascondere al mondo i loro partner o il loro aspetto\u2026 ma perch\u00e9 attirare inutilmente l\u2019attenzione se si ha \u201csolo\u201d il vizietto del bondage, del travestismo o di qualche altro feticismo<\/a> \u201cinvisibile\u201d? D\u2019accordo: ogni tanto spuntavano i vecchi attivisti degli anni \u201960 a ricordare che \u00abil privato \u00e8 politico<\/a>\u00bb e l\u2019importanza di vivere la propria sessualit\u00e0 a testa alta<\/a>, tuttavia vivevamo benissimo anche in quel clima da mezza carboneria profumato di senso di colpa cattolico \u2013 specie da che la Rete aveva reso pi\u00f9 facile incontrare altri \u201cdeviati\u201d. Con le virgolette, certo, come tanti altri termini autoironici che per\u00f2 a pensarci bene la dicevano lunga su come ci sentissimo: \u201czozzoni\u201d, \u201cpervertiti\u201d, \u201cmaiali\u201d che facevano \u201cporcherie\u201d, \u201csconcezze\u201d e cos\u00ec via eufemisticamente scherzando. Anzi: \u201cscherzando\u201d.<\/p>\n

Se vi racconto tutto ci\u00f2 \u00e8 perch\u00e9, la settimana scorsa, mi sono imbattuto in due cose che mi hanno fatto pensare. La prima \u00e8 stata il Padova Pride<\/em><\/a>, dove ero stato invitato a partecipare a una tavola rotonda sull\u2019intimit\u00e0 nelle relazioni kinky. Oltre a essere stata una bella occasione per conoscere persone interessanti e rivedere vecchi amici, ne ho approfittato per seguire un\u2019altra conferenza sulla psicologia in ambito LGBT in cui s\u2019\u00e8 parlato anche dei disagi derivanti dalla omolesbobitransqueernegativit\u00e0<\/em>. Come dire: dalla paura di fare coming out e dei pericoli insiti nelle reazioni altrui.
Vi risparmio altri paroloni lunghi tre righe: il succo del discorso \u00e8 che nascondere (e nascondersi) le proprie preferenze erotiche fa male, ma se oggi si pu\u00f2 evitarlo senza eccessivo rischio \u00e8 merito di decenni di iniziative culturali, associazionismo, attivismo e strutture anche istituzionali di supporto alla comunit\u00e0 LGBT.<\/p>\n

Cosa succede per\u00f2 quando la propria sessualit\u00e0 non \u00e8 inquadrata in quelle quattro lettere e mancano quindi tutti i relativi strumenti? Beh, succede la seconda cosa. Cio\u00e8 che Serena (giovane, carina, con un trascorso difficile) abbia raccontato la propria passione per il BDSM in un paio di interviste<\/a> mettendoci la faccia e il nome\u2026 e sia stata bersagliata da moltissime, pesanti critiche proprio da parte della cosiddetta \u201ccomunit\u00e0 kinky<\/a>\u201d, sia online che negli eventi pubblici cui mi \u00e8 capitato di presenziare. Per non parlare dei soliti, deliziosi benpensanti \u2013 che da bravi cristiani praticanti hanno pensato bene di insultarla e perfino minacciarla di morte, come da copione. Risultato: per vivere tranquilla, la signorina in questione ha dovuto richiedere che il suo volto e i dati personali venissero rimossi dalle interviste.<\/p>\n

A questo punto \u00e8 utile chiarire alcuni fatti. La disapprovazione degli altri appassionati \u00e8 stata rivolta soprattutto a un paio di dichiarazioni sulla spinosa questione della violenza sessuale e delle fantasie di stupro. Parte del biasimo nasceva anche dalla preoccupazione: con tutte le brave personcine che ci sono in giro, una bella ragazza che si annuncia pubblicamente masochista \u00e8 stata percepita come un invito a nozze per gli squilibrati violenti. Ma \u2013 va detto \u2013 vi \u00e8 stato anche un inequivocabile sottotesto di offesa: una sorta di \u00abChi si crede di essere \u2018sta sciacquetta per pontificare sull\u2019esoterico mondo dell\u2019eros estremo?\u00bb
Il rimprovero del \u201cgrande pubblico\u201d, invece, nasceva da una logica assai pi\u00f9 semplice, da Antico Testamento. Se ti piace il sesso, e pure strano, sei una troia. E le troie
vanno punite<\/a>. Tutto qui.<\/p>\n

Lasciando da parte i talebani de noantri, il fatto \u00e8 che l\u2019unica \u201ccolpa\u201d della ragazza sia stata accettare una richiesta di intervista, peraltro condotta senza malizia (la stessa giornalista ha intervistato anche me, dimostrando la massima professionalit\u00e0). Serena di nome e di fatto, non ha visto alcun motivo per nascondere ci\u00f2 che la rende felice e, magari con un po\u2019 troppo entusiasmo, si \u00e8 esposta pi\u00f9 del normale.
Onestamente non penso di poter giudicare se abbia sbagliato. Dal suo punto di vista, quello che sbaglia sono io col mio nome d\u2019arte. Sicuramente abbiamo sbagliato tutti noi che, mentre il mondo gay combatteva e soffriva per i propri diritti, ci siamo chiamati fuori e abbiamo continuato a preoccuparci solo dei nostri giochi privati scrivendo magari negli annunci per la ricerca di partner che eravamo \u2018insospettabili\u2019 ed \u2018estranei a giri particolari\u2019. Mai capito cosa volesse dire, peraltro. E ha sbagliato la presunta \u201ccultura BDSM\u201d a continuare a darsi di gomito per tutte quelle virgolette, tanto che oggi non esiste nemmeno una parola italiana per definire chi viva serenamente le proprie parafilie: tocca usare parafrasi tipo \u2018esploratori dell\u2019erotismo estremo\u2019.<\/p>\n

Insomma: come dicevo, questi fatti mi hanno dato da pensare \u2013 ma non sono riuscito a giungere a una conclusione, cos\u00ec ho preferito condividere con voi le mie perplessit\u00e0. Ieri, al cinema, ho visto il trailer<\/a> di una commedia adolescenziale sul coming out gay. Il giorno prima ho assistito alla tragedia di un coming out kinky. L\u2019unica cosa che mi viene in mente \u00e8 chiedermi: \u00abe adesso che si fa?\u00bb
In attesa di una risposta, intanto mi sono fatto una chiacchierata con la diretta interessata.<\/p>\n

 <\/p>\n

\"SerenaCiao, Serena! Vogliamo cominciare da una tua presentazione?<\/em><\/p>\n

Ciao, certo! Io sono Serena, ho 20 anni e frequento il primo anno di filosofia. Su di me non posso raccontarti molto perch\u00e9 la maggior parte delle esperienze formative di una vita devo ancora farle, ma posso riassumere cos\u2019ho fatto finora. Il punto fondamentale per capire ci\u00f2 che faccio e i miei punti di riferimento \u00e8 il diploma di liceo artistico. Amo l\u2019arte in tutte le sue forme, e cerco di mettere questa grande passione in tutto quel che faccio: dal lavare i piatti a quando con la cera sgocciolata riproduco (o almeno ci provo) le opere d\u2019arte dei miei artisti preferiti sulla schiena delle persone.
A 16 anni mi sono appassionata alla fotografia. Ammetto di non capirci gran che, ma col passare del tempo ho capito quanto mi piacesse stare dall\u2019altra parte del obiettivo. Cos\u00ec mi sono lanciata nel settore come modella di ritratti, poi divenuta maggiorenne ho deciso di intraprendere il filone fetish e BDSM: la mia avventura \u201cpubblica\u201d \u00e8 nata un po\u2019 cos\u00ec.<\/p>\n

 <\/p>\n

Tu sei anche la persona che, in Italia, ha fatto il coming out BDSM pi\u00f9 visibile degli ultimi tempi. Sei comparsa in diverse interviste con il tuo nome completo, a viso scoperto, dichiarando le tue preferenze e la tua storia \u2013 e non ti risparmi nemmeno di comparire<\/a> con personaggi discutibili<\/a> o andare a passeggio in pieno dress code fetish. Come mai una scelta tanto radicale?<\/em><\/p>\n

Il mio non lo chiamerei un vero e proprio coming out, ma un percorso di crescita o esplorazione di me stessa. Non era assolutamente calcolato che sarebbe successo tutto questo. Per ora potrei suddividere il mio cammino nel BDSM in tre grandi fasi: \u201cil silenzio\u201d, \u201cl\u2019approvazione\u201d e \u201cl\u2019amore\u201d.
Sono andata al mio primo
munch<\/a><\/em> a 18 anni. Ero l\u00ec per trovare qualcuno che condividesse passioni simili alle mie, qualcuno con cui confrontarmi e dialogare su questi aspetti della vita che avevo notato tenuti nascosti da molti. Ho iniziato cos\u00ec, nel silenzio: non parlavo con i miei compagni di classe di quello che scoprivo, in famiglia cercavo di non dare troppi segnali… potevo solo stare zitta e ascoltare chi aveva pi\u00f9 anni ed esperienza di me. Cercavo di imparare e imitare, come fanno i bambini nei primi mesi di vita.<\/p>\n

Mancandomi i contatti con persone dell\u2019ambiente, in principio pubblicavo foto di bondage giapponese prese da Internet sul mio primo profilo di Facebook<\/em>, dove avevo compagni di classe delle medie, delle superiori, amici d\u2019infanzia\u2026 non facendoci pi\u00f9 di tanto caso. Poi, su suggerimento, ho creato un secondo profilo \u201cSerena Tsuki\u201d che per\u00f2 venne segnalato come falso costringendomi cos\u00ec a cambiarne il nome con i miei dati reali. L\u00ec part\u00ec in me una specie di sfida.
Mi sentivo un p\u00f2 la ragazzina con idee utopistiche e rivoluzionarie, che sperava di poter cambiare un minimo l\u2019opinione di chi non conosceva l\u2019ambiente \u2013 o almeno di contribuire alla causa. Mi dispiaceva conoscere persone che avevano paura del giudizio altrui, che in casa non potevano dire di questa loro passione, persone che erano quasi costrette a nascondere una cosa che amavano fare. Prendendo una frase di Martin Luther King, potrei riassumere quanto detto con: \u00abUna rivolta \u00e8 in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato\u00bb.<\/p>\n

Il volto scoperto \u00e8 arrivato quasi un\u2019anno dopo, come sono arrivati dopo i set fotografici in latex a Milano e a Como e l\u2019intervista. Per quanto riguarda il comparire con \u201cpersonaggi discutibili\u201d penso non ci sia nulla di male nel mangiare una pizza riscaldata con una persona che nel pieno dei tuoi anni adolescenziali ti ha tenuto compagnia attraverso lo schermo di un computer. Purtroppo il web molte volte ci fa mascherare quello che realmente siamo, obbligandoci a creare nuove maschere giorno dopo giorno.<\/p>\n

 <\/p>\n

Dare tanta visibilit\u00e0 alle tue passioni private ha suscitato numerose critiche dall\u2019ambiente BDSM stesso, dove vige principalmente la filosofia del \u2018<\/em>don\u2019t ask, don\u2019t tell\u2019. Mi viene quindi naturale chiederti se ci siano state altre reazioni negative, e se ne sia valsa la pena.<\/em><\/p>\n

Fra le reazioni negative ci sono state inizialmente quelle dei miei genitori, ma dopo un dialogo e il passare del tempo se ne sono fatti una ragione. Quelle delle persone che mi conoscono sono state di vari tipi: si passava dall\u2019indifferenza degli amici d\u2019infanzia al bullismo in classe, dove mi lanciavano addosso penne ed elastici, ma intanto di nascosto si scambiavano le mie foto via cellulare.\u00a0Prima ci ho sofferto, ma col passare del tempo ho capito che se ero felice della mia vita tutto il resto poteva passare in secondo piano. Comunque mi sono presa una piccola rivincita personale quando ho portato lo shibari<\/a> <\/em>come argomento dell\u2019esame di maturit\u00e0, suscitando reazioni molto positive all\u2019interno della commissione.<\/p>\n

 <\/p>\n

\"SerenaIn effetti la questione \u00e8 tutta qui: chi ha gusti insoliti non esteriorizzati di solito non sente l\u2019urgenza di fare coming out se non con i propri partner. Ti confesso che per me, che ho scoperto la mia attrazione verso il BDSM quando ancora andava forte la Democrazia Cristiana con tutte le sue ipocrisie, sentire che tu abbia informato subito perfino i genitori dei tuoi gusti fa piuttosto impressione. Non metto in dubbio il bisogno che hai sentito di prendere una tale decisione, tuttavia sono curioso di sapere se tu ne abbia valutato le conseguenze a lungo termine. Penso per esempio al rapporto col mondo del lavoro in questo periodo di rigurgiti fascioconservatori, o in un futuro pi\u00f9 lontano.<\/em><\/p>\n

Prima di trattare questo punto ci tengo a precisare che i miei genitori lo hanno saputo quando avevo 19 anni, iniziavo a frequentare i primi play party<\/a> e a portare in casa i primi abiti da dress code. Per rispondere alla domanda per\u00f2 direi che inizialmente non avevo valutato le conseguenze, anche perch\u00e9 nulla di tutto questo era calcolato.
Man mano che vado avanti sto un pochino pi\u00f9 attenta alla privacy. Prima era tutto alla luce del sole, ma ora per esempio tengo il profilo Instagram<\/em> chiuso; le foto di Facebook sono per la maggior parte protette; ora le amicizie sul profilo kinky possono inviarmele solo persone che hanno amici in comune con me\u2026 Ho preso questa decisione non tanto per \u201cproteggere\u201d il mio futuro, ma per non coinvolgere la mia famiglia – soprattutto mia sorella. Se mi viene chiesto direttamente non ho paura a raccontare quello che faccio: la cosa importante \u00e8 che non ci siano conseguenze per loro.<\/p>\n

Per quanto riguarda il futuro, breve o lungo che sia, penso che il BDSM non influenzi pi\u00f9 come i vecchi tempi le decisioni di un\u2019assunzione. Ovviamente dipende anche dal tipo di lavoro che si vuole intraprendere, sullo stile di vita che una persona decide di avere. Ora mi godo la giovent\u00f9 e l\u2019universit\u00e0: quando poi bisogner\u00e0 trovarsi un lavoro dato che non potr\u00f2 vivere solo di set fotografici ed eventi BDSM, vedr\u00f2 il da farsi e cercher\u00f2 di prendere le decisioni pi\u00f9 opportune per quanto riguarda le immagini e i vari social. Dato che vorrei trovare un lavoro stabile e avere una famiglia, se necessario sarei anche disposta a rinunciare a tutto quello che riguarda \u201cil pubblico\u201d.<\/p>\n

 <\/p>\n

Vorrei concludere affrontando il tema della violenza di genere, che ho letto essere stato uno dei motivi per cui ti sei avvicinata all\u2019eros estremo. Una critica che sinceramente condivido riguardo le tue dichiarazioni \u00e8 sulla leggerezza con cui dichiari di usare il BDSM come terapia di trascorsi e fantasie di stupro. Ammesso che sia stato uno strumento valido per te, infatti, mi sembra difficile considerarlo una soluzione universale. Al di l\u00e0 di come alcune tue interviste<\/a> si prestino a essere equivocate e quasi a giustificare la violenza, oggi c\u2019\u00e8 un forte movimento internazionale di attivisti \u2013 come la dott.ssa Caroline Shahbaz<\/a> \u2013 che mette in guardia proprio chi, senza avere le qualifiche per farlo, tratta la dominazione erotica come una terapia. Puoi chiarire il tuo pensiero su questo aspetto?<\/em><\/p>\n

Voglio precisare una cosa: non ho mai parlato di BDSM come terapia, nonostante molte persone ne siano convinte. Secondo me il desiderio di subire una violenza \u00e8 completamente diverso dall\u2019utilizzare il BDSM come terapia, dato che le due cose non si avvicinano minimamente allo stesso tema.
Come ho dichiarato anche in quell\u2019intervista tanto criticata, lasciamelo ri-sottolineare: nel mio caso, a farmi superare i postumi della violenza non \u00e8 stato il BDSM. Prima di iniziare a documentarmi sull\u2019eros estremo sono stata da vari psicologi, medici e specialisti in modo che anche durante le mie scoperte sulla sessualit\u00e0 alternativa avesso sempre qualcuno accanto pronto a guidarmi e a darmi consigli medici. Penso che le cattive interpretazioni dell\u2019intervista siano derivate dal fatto che non riportava molte nozioni e dettagli che avevo fornito. Uscire sul giornale ha suscitato tanta ammirazione quanto indignazione, e penso che entrambe dipendano dalla sensibilit\u00e0 del singolo lettore e da quanto mi possa conoscere.<\/p>\n

L\u00ec ho parlato anche di \u201csalotti\u201d, ma non si tratta di eventi strutturati. Non erano altro che dei pomeriggi tra ragazzi che parlavano dei propri gusti e passioni, tra cui sono emerse queste fantasie di violenza. Pure in quelle occasioni non si \u00e8 mai parlato di BDSM come terapia dopo una violenza: oltretutto non avendo fatto quel percorso non avrei potuto dare nemmeno un parere soggettivo sul tema. Non mi dichiarerei mai terapeuta\u2026 E poi, terapeuta di chi? Di che cosa? Il fatto che io abbia voluto portare la mia esperienza dentro un gruppo non mi fa ne terapista, n\u00e9 medico, n\u00e9 psicologo. Se organizzare delle sessioni in cui si affrontano i propri desideri e le proprie fantasie in modo sano e consensuale – cosa che penso faccia la maggior parte delle persone BDSM – fa di me una terapeuta, direi che abbiamo sbagliato tutti lavoro!<\/p>\n

Entrare nell\u2019ambiente del BDSM mi ha aiutata a ricostruire una cerchia di amicizie; mi ha fatto conoscere l\u2019uomo che amo, ma non considero queste pratiche una cura per traumi e sofferenze passate. Mi complimento con la dottoressa Shahbaz e gli altri attivisti che affrontano un tema cos\u00ec delicato e importante, che a parer mio non vale solo nel BDSM ma in tutto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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