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A meno che non siate degli appassionati di politica internazionale probabilmente non sapete molto del TPP, l’accordo commerciale di cooperazione transpacifica. In effetti dovreste, perché andrà a influire sui mercati di tutto il mondo e di conseguenza anche sulle nostre vite. Per il momento tuttavia vi basterà sapere che diversi paesi affacciati sul Pacifico (fra cui Stati Uniti, Australia, Cile, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore e Giappone) si sono incontrati per discutere “la liberalizzazione dei mercati locali”. Si è trattato di un congresso tutt’altro che trasparente, tanto da sollevare dubbi su un possibile cartello commerciale contro la Cina, su pressioni corporative per scardinare alcune libertà civili e molti altri argomenti cari ai fanatici del complottismo. Di sicuro però il TPP assume significati differenti per differenti entità.
Il Giappone, per esempio, ha dibattuto a lungo se partecipare o meno alle contrattazioni. Quando poi l’ha fatto, all’ultimo momento possibile, è stato come accettare pubblicamente di perdere un po’ della sua tradizionale insularità in cambio di un ruolo migliore sul mercato globale. Con effetti a volte curiosi per la popolazione. Se gli agricoltori giapponesi stanno “semplicemente” protestando per avere perso la protezione dei prezzi del riso che era stata loro garantita finora dallo Stato, altre categorie professionali rischiano infatti di scomparire del tutto. Tipo i pornografi.

Come ha notato l’economista ed esperto di pornografia Takashi Kadokura, il TPP potrebbe rappresentare una manna per un’industria che produce 54.000 video all’annoma vende quasi esclusivamente al pubblico locale. Già entrare nel lucroso mercato statunitense del porno pay-per-view degli hotel, per esempio, moltiplicherebbe enormemente il fatturato dei video per adulti nipponico. «Nelle nazioni dei caucasici c’è una richiesta particolarmente forte di attrici dal viso infantile» ha detto «e poiché il Giappone soddisfa questo criterio ritengo che vedremo una notevole domanda per questi film». Evviva gli occidentali ossessionati dalle ragazzine, allora… o no?
La rivista Shukan taishu ha risposto con una dichiarazione anonima da parte di un produttore molto preoccupato: «C’è il rischio che aderendo al TPP le attrici giapponesirestino senza lavoro. Adulte come Asuka Hoshino agli occhi dell’uomo americano sembrano ragazzine delle elementari, il che li irrita. C’è la possibilità che i nostri video violino le leggi occidentali contro la pedopornografia». L’incertezza di Kadokura ha una natura più poetica. «Nei film porno americani non ci sono storie: tutto il film è fatto di pura azione. In Giappone invece ci si concentra sulla vicenda e i film sono spesso visti come opere d’arte».

Le differenze artistiche saranno comunque l’ultimo dei problemi. Poiché il codice penale giapponese punisce la vendita di materiali osceni con due anni di carcere, i video per adulti nascondono solitamente i genitali dietro un “effetto mosaico” elettronico che sarebbe inaccettabile per i mercati stranieri. La stampa locale tuttavia dà per scontato che la legge risalente al 1955 verrà modificata.
In realtà non sono particolarmente convinto del valore artistico del J-porn, né della presunta fame di scolarette pornostar. Trovo anche ridicoli e ignorantissimi i sottintesi razzisti di molti commenti, ma ciò che mi ha fatto rotolare dal ridere è stata la dichiarazione di un personaggio presentato come talpa nel Parlamento. Sulle pagine diShukan asahi geino costui se n’è uscito spiegando che fosse già in corso una trattativa: fine dei mosaici in cambio della rimozione delle misure protettive che ostacolano la vendita di automobili giapponesi sul territorio americano. Di tutte le cospirazioni sul TPP, mi sembra la più squinternata.

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