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Smettila di fare il maschio alfa

Chi segue il mio sito avrà notato come ritorni spesso a osservare che anche il mondo dell’eros insolito sia soggetto a mode e tendenze – e di come queste appaiano spesso più evidenti nel giro del BDSM, caratterizzato per natura dall’estremizzare un po’ tutto. Di recente, per esempio, mi è capitato di notare sia online che negli eventi dal vivo una inclinazione generale alla competizione.

Come mi confermano anche diverse altre persone da tutta Italia, è come se all’improvviso fosse scoppiata la smania di volersi far notare a tutti i costi: c’è chi si vanta di infliggere pratiche più estreme di altri, chi di sopportare di più, chi ha più partner e di più tipi differenti, chi più flessibilità nelle preferenze e chi – a costo di rendersi ridicolo – si inventa le specializzazioni più bizzarre.
Perché posso anche capire chi si atteggia a grande guru del bondage e magari ne fa un mestiere; posso comprendere chi si diletta di costruire strani aggeggi; posso perfino capire chi si reinventa cultore di giochi con il fuoco che farebbero sorridere il più scalcinato animatore da villaggio vacanze… ma pure con tutta l’apertura mentale di cui sono capace ho qualche difficoltà a cogliere l’erotismo nel tipo che si appende solo bottiglie di Coca-Cola (e solo di una certa misura, mi raccomando!) a posti improbabili, o quella dell’altro che si è costruito un personaggio sul fatto di utilizzare al posto del frustino una selezione di verdure.

Insomma: proprio mentre stavo interrogandomi su questo strano circo così lontano dall’estetica di controllo ed eleganza della dominazione classica sono incappato in un commento interessante su gruppo online dedicato al kink. «Il fatto è che a me piace giocare sia con ruolo da padrone che da schiavo,» un tapino si lamentava sconsolato, «ma se mi azzardo a presentarmi come sottomesso in mezzo a tutti questi supermaster le donne perdono immediatamente interesse e mi disdegnano pure un po’».

Va detto che alcune signore si sono affrettate a chiarirgli la situazione, spiegando che a far passare la voglia non è affatto il maschio in posizione sottomessa – che è anzi una figura piuttosto ricercata proprio per la sovrabbondanza dell’opposto – ma il modo di porsi dei sub. Questi infatti tendono a seguire un modello sessuale basato sul pretendere che le loro fantasie vengano soddisfatte a prescindere, il cui risultato tipico è solamente trasformare signore disinteressate in professioniste che, se proprio devono essere trattate come distributori di piedi e frustate, tanto vale tirino fuori la gettoniera e si facciano pagare. Salato, e a volte degenerando. Per inciso, la soluzione è semplicissima: basta cambiare approccio.

Comunque sia, per buffa coincidenza pochi giorni prima Il Venerdì di Repubblica mi aveva immeritatamente affibbiato il titolo di antropologo, e ciò ha contribuito a farmi fare il più classico dei “2+2”. Sta’ a vedere che è tutta colpa della piaga dei Maschi Alfa.

 

Il maschio alfa non è quel che pensi

Negli ultimi anni il concetto di “maschio alfa” è divenuto l’ossessione di un bel pezzo di Internet, che lo ha mitizzato oltre ogni ragionevole misura inventandosi tutta una serie di termini e teorie completamente campati per aria. In particolare, si tratta di uno dei cavalli di battaglia del girone degli incel: maschi sprovveduti e convinti di aver diritto a rapporti sessuali per grazia divina ma che rifiutano di fare alcunché per ottenerli – compreso uscire di casa, parlare con creature di genere femminile, curare l’igiene personale e così via. Costoro passano invece il loro tempo a fomentarsi l’un l’altro nell’odio verso le donne e nell’incolpare il destino di non averli fatti nascere “alfa” (anzi: ‘chad’, perché ogni setta deve avere il suo gergo iniziatico), che nel loro immaginario sarebbero mostri testosteronici oltre la peggior parodia dell’iconografia machista. Risultato: il loro disagio precipita sempre più – aiutato da tutto un sottobosco di guru che si approfitta a caro prezzo di tanta dissociazione – e ogni tanto li si trova dietro atroci attentati e manifestazioni di violenza.
Anche senza arrivare a questi eccessi, però, la confusione generale sull’identità maschile spinge sempre più uomini ad aspirare al ruolo di “alfa” – peccato che di solito non sappiano affatto di cosa stiano parlando.

In etologia, il termine indica il capobranco di una popolazione animale. Il maschio alfa è in cima all’ordine gerarchico del gruppo e gode per questo di alcuni vantaggi, fra cui in particolare la preferenza delle femmine. Esse infatti tendono istintivamente – anche quelle umane – a cercare di accoppiarsi con l’individuo che possa trasmettere ai figli le caratteristiche più vantaggiose per sopravvivere.
Fra queste caratteristiche c’è anche la capacità di proteggerli dalle aggressioni e garantire loro il cibo sconfiggendo fisicamente eventuali nemici, ed è per questo che gli alfa si distinguono per la forza fisica, l’aggressività e il portamento dominante. Se le cose finissero qui sarebbe quindi tutto chiaro.

Come tuttavia sa bene chi i branchi li studia davvero, urlare forte e battersi il petto è solo la parte più visibile di comportamenti molto più complessi. Gran parte dei tratti desiderabili in un capobranco sono infatti ben diversi. Che si tratti di scimpanzé, lupi o esseri umani, per diventare leader bisogna essere capaci di mantenere la pace nel gruppo, confortare chi ne ha bisogno, creare alleanze strategiche, favorire i precedenti capibranco (che hanno consentito la scalata al potere e sanno bene come far cadere in disgrazia giovani troppo arroganti)… e naturalmente provvedere al benessere delle femmine. Se cominciate a intuire che forse non sia poi troppo una bella vita avete ragione: chi ha misurato il livello di stress degli alfa ha scoperto che sono sotto pressione quanto i membri più sfigati del gruppo, a differenza di chi si trova nel mezzo e ha in genere molti meno problemi.

Traducendo tutto ciò in termini umani, ciò che attrae le signore non è comportarsi da bulli sguaiati, anche perché in genere non siamo circondati da assassini e per procurare la cena basta fare un salto al supermercato. Ciò che conta davvero è il prestigio, che si dimostra sfoggiando serenità e maturità. E posso dimostrarlo.

 

Ma le donne vogliono davvero i chad?

I dati li ho trovati in uno studio che ha analizzato proprio quali siano i tratti maschili più desiderati dalle donne. La caratteristica più importante (per il 76% delle partecipanti alla ricerca) è la sensibilità, seguita dalla sicurezza in sé stessi (72%) e da un comportamento tranquillo e alla mano (68%).
Per arrivare ad ‘assertivo’ bisogna scendere al 48% – quindi meno della metà delle intervistate – ma solo se si parla di storie da una botta e via; per le relazioni serie l’assertività scende ulteriormente al 36% dei requisiti.

E quei modi di fare così tanto mitizzati da orde di maschietti insicuri? Peggio che mai: viene fuori che essere aggressivi attrae solo il 12% delle donne; appena il 2% di loro gradisce un uomo ‘dominante’… e comunque solo nei confronti di altri uomini. Chi poi pensa che quel precisino di Christian Grey sia davvero l’idolo delle signore casca malissimo: l’uomo ‘esigente’ totalizza esattamente zero preferenze.
A conti fatti, il tipo di maschio più desiderabile non è affatto un chad, ma semplicemente… uno con la testa sulle spalle. Credere alle cazzate di chi si vanta di “avere preso la pillola rossa” e sostiene di aver capito come vanno le cose è la peggior scelta che si possa fare se si desidera una relazione decente.

Il problema è però che, volenti o nolenti, ci facciamo tutti influenzare dalla cultura che ci circonda. Anche senza ridursi come gli incel, l’interesse per la figura del Maschio Alfa è triplicato negli ultimi vent’anni e ha finito con l’infiltrarsi un po’ dappertutto – e ancora più negli ambienti legati alla sessualità.
La smania di mostrarsi come “il migliore” in un contesto dove ciò non significa nulla perché ciascuno ha ovviamente criteri di preferenza del tutto personali viene da lì, con la spinta anche dell’insicurezza che deriva dai tempi di pandemia e catastrofi varie che popolano i notiziari.

Gli effetti tuttavia vanno ben oltre la presenza di figure folkloristiche ai play party. L’ansia di voler catturare l’attenzione sta per esempio facendo perdere di vista qualcosa di ben più importante…

 

Bravo ma basta

Recentemente una giovane donna mi ha riferito una conversazione sconcertante col suo partner, che si potrebbe riassumere così:

«Caro, questa sessione di gioco BDSM è stata molto più bella del solito…»

«Davvero? Eppure ci sono andato ben più leggero delle altre volte! Anzi, avrei voluto impegnarmi di più.»

«Ma… Guarda che io l’ho trovata così eccitante perché mi hai parlato

In effetti, è da un pezzo che mi lamento – a volte in modo un po’ contorto – di come una maggiore informazione sugli aspetti tecnici delle pratiche kinky abbia impattato negativamente l’aspetto relazionale dell’eros insolito. Come mostra questo edificante aneddoto, mi sembra però che la fissazione di dover primeggiare a tutti i costi abbia peggiorato ulteriormente le cose.

Un bel peccato, se si considera che la sessualità – di qualsiasi tipo – dovrebbe basarsi sulla comunicazione fra i partner anziché sull’inscenare spettacoli da circo. E un peccato ancora più grande quando ci si accorge che ogni qual volta io o qualche altro educatore o divulgatore segnaliamo il problema… veniamo trattati come invasati dalla “comunità kinky” – semplicemente perché in questo clima testosteronico (auto)critiche e autorevolezza vengono percepite come una minaccia da chi sugli spettacoli e sul fare tanto baccano basa la sua fragile predominanza.

Peccato anche e soprattutto per chi in questa recita generale si trova, magari involontariamente, a interpretare il ruolo di vittima. Tipo i maschi sottomessi di cui si parlava all’inizio, spinti ad atteggiarsi a supereroi di seconda mano pur di non sentirsi esclusi (e dire che basterebbe ricordare il motto di Aldo Busi: «Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo!»).
O tipo le non poche donne che, per sentirsi più attraenti, hanno scoperto che conviene definirsi ‘sottomessa’ o ‘little girl’ – un po’ come già negli anni ’80 del turbocapitalismo confessavano sconsolate tante donne orientali disposte a farsi malmenare nei club di Tokyo e Bangkok pur di ricevere le attenzioni degli uomini. Meglio accessori di pupazzoni megalomani che sole, insomma.

Ma come si può uscire da questa assurda situazione? In teoria è semplice: basterebbe smettere di credere alle sovrasemplificazioni da social network, rifiutare le narrative preconfezionate, fare la pace con sé stessi. Come dimostrano gli ultimi vent’anni di cronaca, però, è qualcosa molto più facile a dirsi che a farsi.

La mia speranza allora è che, di nascosto dal branco, qualcuno riconosca che tanta fatica per farsi riconoscere campione di qualcosa – qualsiasi cosa, per carità! – non valga poi in fondo la pena. Che, dopo aver googlato tutti i manuali “segreti”, i trucchi e le pillole di tutti i colori, finisca magari anche qui e abbia voglia di prendere in considerazione un consiglio pochissimo “alfa” ma molto pratico.
Eccolo: «Smettila di batterti il petto e ringhiare contro il nulla, dai, e concentrati sulla persona che hai a fianco. Parlale, giocaci e soprattutto ascoltala. Vedrai che funzionerà molto meglio.»

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