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Gooning – Il metaporno che più meta non si può

Non c’è niente da fare. Per quanto numerosi studi abbiano dimostrato che in generale la pornografia – quantomeno quella non socipatica –  non faccia male, restiamo tutti vittime del puritanesimo di facciata che contraddistingue la società contemporanea. Il sesso continua a essere considerato osceno, che letteralmente siginifica ‘da tenere nascosto alla vista’, e così naturalmente anche le sue rappresentazioni.

Qua si potrebbe ripetere a lungo tutti i dotti ragionamenti che, dagli anni ’70, condannano la schizofrenia di una cultura che sessualizza tutto per scopi commerciali ma allo stesso tempo stima moltissimo chiunque si permetta di puntare il ditino saccente contro «quelle porcherie lì». Invece vi risparmio il pistolotto, e mi limito a rilevare come l’industria del porno – o il concetto stesso di eros – si muova costantemente in direzione del “tabù”, del contenuto proibito e per questo teoricamente ancora più eccitante.
La generazione dei miei nonni doveva fare i salti mortali e spendeva un sacco di soldi per poter assistere a un rapporto orale; i miei genitori avevano riviste porno e videocassette, sempre costosi ma di gran lunga più accessibili; oggi c’è Internet e tutto il fascino oscuro della scoperta è andato a farsi benedire da un pezzo.

In un certo senso fa perfino sorridere che gente tipo De Sade e i libertini siano stati condannati alla riprovazione plurisecolare per idee che ai nostri tempi di siti in ‘-tube’ e ‘-chan’ li farebbero bollare come bifolchi ingenuotti. Il Divin Marchese faceva rizzare i capelli in testa alla buona società con i racconti di incesto fra sorelle o cugini (che per altro all’epoca si sposavano apertamente fra loro)? Tsk! Ditelo alle statistiche di accesso ai siti porno, dove la top 5 dei generi “normali” è tutta occupata da tag di patrigni, sorellastre, zie e via imparentando.
D’Annunzio se lo ricordano tutti per la storia delle costole e per quella della cacca: aneddoti strani, addirittura mitologici da tramandare lungo i decenni. Noi possiamo googlare gente tipo Zack Randall, mentre in Brasile di video scat ne producono a dozzine ogni giorno, al punto che ormai ‘Brazilian porn’ è praticamente sinonimo di coprofagia.

O vogliamo parlare del sadismo originale, che nel 1700 era solo un’ombra delle complicatissime ed efferate situazioni a portata di clic? «Ma quelle descrizioni erano solo la metafora della corruzione aristocratica e una chiamata alla rivoluzione,» ribatte il lettore secchione in seconda fila.
Bravo, sette più, naturalmente. Ma ti ricordo che oggi invece i poveri vengono letteralmente tenuti in gabbia dai ricchi, e c’è pure chi su queste disgrazie pseudopolitiche ci si masturba su. La Rule 34 esiste davvero.

La domanda da porci (ahem) allora è: in un mondo in cui si pornifica qualsiasi cosa, cosa può più dare quel brivido di perversione che le nuove generazioni non hanno mai nemmeno avuto occasione di sperimentare?
Tenetevi forte, perché la risposta è più incredibile di quel che si possa immaginare. Allo stato attuale delle cose, infatti, la frontiera della titillazione è il gooning.

Inutile cercare un’etimologia attendibile: in americano goon ha molti significati, fra cui grossomodo anche ‘freak ritardato’, con cui all’inizio del secolo scorso si indicavano le persone microcefale esibite dai circhi viaggianti. È anche la distorsione di gone, ‘andato, partito’ – di testa, s’intende. Perché i “gooner”, detti anche ‘pornosessuali’. sono semplicemente le persone dipendenti dalla pornografia. Non nel senso dell’inesistente “dipendenza da sesso” così come viene descritta dai media, ma di un bizzarro stile di vita che è solo parzialmente reale.

Il modo più semplice per capirci qualcosa è visitare una delle tante pagine a tema e guardare il tipo di materiale presente. Centinaia di comuni immagini porno… ma con l’aggiunta di testi molto particolari.
«Né famiglia, né amici, né vita: c’è solo il porno»; «Abbandonati alle seghe»; «Sei un vero gooner se non hai le palle piene e doloranti? Masturbarsi senza venire è meglio»; «Sei del tutto dipendente, continuerai a finirci sempre più sotto. Non c’è terapia che tenga: questo è il tuo destino. Non sarai mai normale»; «Avanti, spreca un altro giorno. Toccati senza venire, sgocciola sempre. Per sempre senza figa»; «Duro col porno, moscio con la fregna»… e così via.
È difficile credere che qualcuno si possa divertire sotto una tale tempesta di disprezzo, eppure pensandoci su si può capire cosa passi per la testa degli appassionati.

Il primo elemento va inquadrato nel contesto sociale in cui vivono molti di quei personaggi: paesi soffocati dall’ostentazione di moralità, quando non proprio dal fanatismo religioso che accomuna “cristiani” statunitensi, ebrei ultraconservatori e jihadisti musulmani. In ambienti dove ammettere di far uso di pornografia è considerato riprovevole, dichiararsi “vittima del porno” può avere l’effetto liberatorio di qualunque coming out – specie se lo si fa solo virtualmente e in forma anonima, senza rischiare alcuna conseguenza.

Un’altra parte è costituita dal senso di espiazione: un po’ come  pensare che «guardare questa roba è male, ma insieme al piacere c’è anche l’umiliazione, pertanto sono in pari con qualsiasi autorità morale in cui creda». Per qualcuno il trip masochistico diventa il fulcro stesso dell’esperienza, come testimoniano molti scritti sui forum dedicati al gooning; la preferenza è anzi un’evoluzione dall’edging (masturbarsi senza avere orgasmi perché “non se ne è degni”) e forse un gradino sotto al pussy-free lifestyle, che eleva la frustrazione a un livello talmente astratto da basarsi su immagini che negano perfino la visione delle zone erogene, censurate come ai tempi del MinCulPop. O anche peggio, visto che a volte tutte le parti femminili vengono addirittura sostituite con fotografie di grossi falli, accompagnate da commenti umilianti sull’omosessualità repressa dell’osservatore.

L’aspetto più significativo del fenomeno credo però sia quello che si riscontra anche in molte altre micro-nicchie sottoculturali online, ossia una certa rassegnazione post-ironica alla propria condizione di disagio. Fra ascensori sociali in caduta libera, crisi del lavoro, dimostrazioni quotidiane che la prepotenza vince sul merito, apocalisse ambientale garantita, i proverbiali «quindici minuti di fama» ridotti ormai a pochi secondi su qualche social network, notizie deliranti e mille altri oracoli di sventura, è sempre più evidente come le persone vulnerabili stiano decidendo in massa di chiamarsi fuori dal gioco.
Ognuna a suo modo, buttano anche la maschera dell’autoironia e alzano le mani abbracciando la sorte di essere finite – non importa perché – nella categoria degli sconfitti. I gooner (e le gooner, perché non è un fenomeno solo maschile) in fondo costituiscono semplicemente una variante dei deliri degli incel in cui la violenza viene rivolta verso se stessi in un’autodistruzione compiaciuta. Questo atteggiamento è stato riassunto alla perfezione in una frase che ho trovato in un gruppo di discussione irlandese: «se non posso vincere, voglio essere il migliore nel perdere», scriveva Ian.

Al punto che è in corso quasi una gara a mostrarsi i più devastati dal porno. Il 2019 è stato anche l’anno dell’ahegao, l’espressione grottesca nata nei manga a indicare un piacere sconvolgente… e subito appropriata appunto dai gooner per autoparodiare la propria sudditanza alla pornografia.
Mentre i neoconservatori di tutto il mondo gongolano per aver ricevuto in dono un argomento così plateale da distorcere e aggiungere al loro arsenale di allarmismi, io mi limito a domandarmi cos’altro spunterà dopo il meta-porno. Intanto: buon anno!

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