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I perché del BDSM – La recensione di Giochi di dolore

Giochi di dolore
Virginia Niri
Effequ
€18
200 pagine
Lingua: italiano
ISBN: 9791280263834
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Beccato in pieno. Nelle prime pagine Virginia Niri esprime la sua rimostranza: in Italia si fanno libri che parlano di come si fa BDSM, ma non del perché – o, per lo meno, non più da molti anni. E che dire? Ha ragione: in altre culture i testi un po’ più sociologici, filosofici o politici non mancano. Magari non sono comunque tantissimi, ma qualcosa c’è; nel bel Paese della pizza (e fichi, parrebbe) invece a parte un tot di pubblicazioni scientifiche sostanzialmente non c’è nulla, quindi era inevitabile che qualcuno provvedesse.

Il risultato è Giochi di dolore, che analizza quindici risposte in altrettanti brevi capitoli dedicati – per esempio – a Rivoluzione, Disciplina, Performance, Utopia, Dono, Prodotto e altre interessanti intuizioni. Lo spoiler che le accomuna tutte e non stupirà nessunə è che le pratiche erotiche di dominazione e sottomissione sono (anche) un’espressione politica di rifiuto di quella normatività capitalista che in fondo odiamo un po’ tuttə. Chi ha mai frequentato la cosiddetta Scena kinky sicuramente ne aveva già avuto sentore, ma è sempre bello quando un pensiero viene messo su carta per poterci ragionare meglio su.
Ancora meglio se per caso il BDSM lo si è solo osservato da lontano e sognato sui porno, come capita a buona parte della popolazione italiana. In tale circostanza l’idea che fare strane robe zozze possa avere significati importanti può risultare più sconvolgente di una bomba nel salotto buono, quello con i teli sui divani per non rovinarli. Ammesso che il concetto ci arrivi, all’italianə mediə. E qui cominciano i guai.

Sarò forse un bieco agente del Patriarcato™, ma nel corso degli anni mi sono fatto un’idea del perché tante pensate encomiabili sulla semiotica della sessualità restino essenzialmente ignote nonostante siano in giro da almeno mezzo secolo. Tipo: perché chi se ne occupa si ostina a usare vocaboli come ‘semiotica’, che saranno pure giusti, ma anche incomprensibili per la maggior parte della gente, e in generale per chi non studi l’argomento. Sapeste quanto impegno serva ogni volta per tradurre concetti del genere in termini più terra terra! Eppure, fuori dai convegni specialistici per farsi capire non c’è altro modo che mettersi nei panni di chi vorresti ti ascoltasse.

Giochi di dolore mi è sembrato che questa voglia di mescolarsi alla vile plebaglia non ce l’abbia proprio, come del resto quasi tutta la vasta bibliografia di riferimento citata nelle ultime pagine. Per nulla, e non è nemmeno una questione linguistica. D’altronde ormai le schwa sono di quasi pubblico dominio, e per raffinatezze tipo ‘AFAB/AMAB’ c’è pure un glossario incluso.
Qualche indizio si coglie semmai nell’insistenza sul presentare il BDSM come un fenomeno essenzialmente queer, ereditato dal mondo gay e cresciuto in ambito lesbico. Dei milioni di praticanti eterosessuali non c’è quasi traccia, ma vabbe’. Simili perplessità però sorgono anche quando l’argomento viene presentato quasi esclusivamente come una raffinata filosofia di sovversione culturale: cosa che mi piacerebbe tanto, per carità, però non fa per niente i conti con una realtà composta al 99,5% di disimpegno e fin troppa superficialità. E si potrebbe continuare con gli esempi.

Tirando le somme, questo libro mi ha lasciato un po’ di dispiacere. I contenuti interessanti sono molti e condivisibili; la forma tuttavia suona più come un «Guardate come siamo speciali, voi stupidi ignoranti!» che come quel «Vi racconto una cosa bellissima che possiamo fare insieme» di cui ci sarebbe tanto bisogno. Ma, come si diceva, cominciare ad aver messo nero su bianco quei discorsi che finora erano rimasti per lo più chiusi nei circoletti “di quellə stranə” è comunque un passo avanti. Ora aspettiamo il prossimo.

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